sabato 17 settembre 2016

SORPRESA, COL JOBS ACT IL MERCATO DEL LAVORO È ANCORA MENO DINAMICO

Insieme alla semplificazione e alla riduzione del “dualismo” tra protetti e non protetti, uno degli obiettivi principali del Jobs Act era quello di rendere meno rigido e più dinamico il mercato del lavoro per cercare di adeguarlo all’esigenza di aumentare la produttività delle imprese e, quindi, del Paese.
In particolare lo strumento principale di questa annunciata rivoluzione è l’abolizione del famigerato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori che, in caso di licenziamento ingiustificato, prevede la reintegrazione (seppur, dopo la riforma Fornero, solo in alcuni casi) o una indennità di importo elevato. Con le cosiddette “tutele crescenti” applicate solo ai neoassunti dopo l’entrata in vigore del Jobs Act (7 marzo 2015), la sanzione in caso di licenziamento ingiustificato è una indennità pari a sole 2 mensilità per ogni anno di anzianità di servizio. Nelle intenzioni del governo, una tutela meno incisiva per i licenziamenti ingiustificati consentirebbe una maggiore dinamicità al mercato del lavoro che consentirebbe alle imprese di allocare in modo più ottimale le risorse umane aumentando la produttività generale delle imprese. In altre parole, questa flessibilizzazione dovrebbe rendere più frequente cambiare lavoro finché datore di lavoro e lavoratore non hanno trovato il punto di incontro ottimale per entrambi.
Tuttavia, l’applicazione di queste nuove norme solo ai neoassunti ha comportato, com’era largamente prevedibile, un effetto paradossale: chi un lavoro ce l’ha, tende a non mollarlo, a non dimettersi. Infatti oggi, insieme alle considerazioni circa il nuovo stipendio o il nuovo ruolo che possono essere marginalmente migliorativi, chi ha una nuova offerta di lavoro arriva a rifiutarla perché le tutele crescenti non garantiscono la stessa stabilità di un rapporto governato dall’art. 18.
Questo “effetto collaterale”, confermato dai recenti dati sulle comunicazioni obbligatorie che registrano un crollo del -24,9% delle cessazioni richieste dal dipendente (dimissioni), ci restituisce un mercato del lavoro addirittura meno dinamico rispetto a prima dell’intervento legislativo.
Un mercato del lavoro meno dinamico significa un sistema produttivo che non alloca in modo corretto le proprie risorse ed è, quindi, ancora più inefficiente.
Insomma: il dualismo non si è ridotto con un regime di protezione diverso per categorie di lavoratori diversi solo per data di assunzione (e quindi, molto spesso di età), la semplificazione non è stata favorita da due legislazioni differenti che si applicano contemporaneamente nelle stesse imprese e il mercato è addirittura meno dinamico di quanto già non lo fosse prima.
Di fronte a una tale divaricazione tra obiettivi dichiarati e risultati il legislatore è costretto a una profonda riflessione.
glistatigenerali.com

giovedì 15 settembre 2016

Salvador Allende: "La storia è nostra e la fanno i popoli"

“La storia è nostra e la fanno i popoli”; perché è troppo vero, è troppo bello, è troppo giusto ed opportuno”.

“Pagherò con la mia vita la difesa dei principi che sono cari a questa patria. Cadrà la vergogna su coloro che hanno disatteso i propri impegni, venendo meno alla propria parola, rotto la disciplina delle Forze Armate. Il popolo deve stare all’erta, vigilare, non deve lasciarsi provocare, né massacrare, ma deve anche difendere le sue conquiste. Deve difendere il diritto a costruire con il proprio lavoro una vita degna e migliore.



Una parola per quelli che, autoproclamandosi democratici, hanno istigato questa rivolta, per quelli che, definendosi rappresentanti del popolo, hanno tramato in modo stolto e losco per rendere possibile questo passo che spinge il Cile nel baratro.



In nome dei più sacri interessi del popolo, in nome della patria vi chiamo per dirvi di avere fede.



La storia non si ferma né con la repressione né con il crimine; questa è una tappa che sarà superata, è un momento duro e difficile. E’ possibile che ci schiaccino, ma il domani sarà del popolo, sarà dei lavoratori. L’umanità avanza per la conquista di una vita migliore.



Compatrioti: è possibile che facciano tacere la radio, e mi accomiato da voi. In questo momento stanno passando gli aerei. E’ possibile che sparino su di noi. Ma sappiate che siamo qui, per lo meno con questo esempio, per mostrare che in questo paese ci sono uomini che compiono la loro funzione fino in fondo. Io lo farò per mandato del popolo e con la volontà cosciente di un presidente consapevole della dignità dell’incarico. Forse questa sarà l’ultima opportunità che avrò per rivolgermi a voi.



Le Forze Aeree hanno bombardato le antenne di radio Portales e di radio Corporacion. Le mie parole non sono amare ma deluse; esse saranno il castigo morale per quelli che hanno tradito il giuramento che fecero.



Soldati del Cile, comandanti in capo e associati – all’ammiraglio Merino – il generale Mendoza, generale meschino che solo ieri aveva dichiarato la sua solidarietà e lealtà al governo, si è nominato comandante generale dei Carabineros.



Di fronte a questi eventi posso solo dire ai lavoratori: io non rinuncerò. Collocato in un passaggio storico pagherò con la mia vita la lealtà del popolo.



E vi dico che ho la certezza che il seme che consegnammo alla coscienza degna di migliaia e migliaia di cileni non potrà essere distrutto definitivamente.



Hanno la forza, potranno asservirci, ma non si arrestano i processi sociali, né con il crimine, né con la forza.



La storia è nostra e la fanno i popoli.



Lavoratori della mia patria, voglio ringraziarvi per la lealtà che sempre avete avuto, la fiducia che avete riposto in un uomo che é stato soltanto interprete di grande desiderio di giustizia, che giurò che avrebbe rispettato la costituzione e la legge, così come in realtà ha fatto. In questo momento finale, l’ultimo nel quale io possa rivolgermi a voi, spero che sia chiara la lezione. Il capitale straniero, l’imperialismo, insieme alla reazione ha creato il clima perché le Forze Armate rompessero la loro tradizione: quella che mostrò Schneider e che avrebbe riaffermato il comandante Araya, vittima di quel settore che oggi starà nelle proprie case sperando di poter conquistare il potere con mano straniera a difendere le proprietà e i privilegi.



Mi rivolgo, soprattutto, alla semplice donna della nostra terra: alla contadina che ha creduto in noi; all’operaia che ha lavorato di più, alla madre che ha sempre curato i propri figli.



Mi rivolgo ai professionisti della patria, ai professionisti patrioti, a coloro che da giorni stanno lavorando contro la rivolta auspicata dagli ordini professionali, ordini di classe che solo vogliono difendere i vantaggi di una società capitalista.



Mi rivolgo alla gioventù, a quelli che hanno cantato la loro allegria e il loro spirito di lotta.



Mi rivolgo all’uomo del Cile, all’operaio, al contadino, all’intellettuale, a quelli che saranno perseguitati, perché nel nostro paese il fascismo è già presente da tempo negli attentati terroristici, facendo saltare ponti, interrompendo le vie ferroviarie, distruggendo oleodotti e gasdotti. Di fronte al silenzio di quelli che avevano l’obbligo di intervenire, la storia li giudicherà. Sicuramente radio Magallanes sarà fatta tacere e il suono tranquillo della mia voce non vi giungerà.



Non importa, continuerete ad ascoltarmi. Sarò sempre vicino a voi, per lo meno il ricordo che avrete di me sarà quello di un uomo degno che fu leale con la patria.



Il popolo deve difendersi ma non sacrificarsi. Il popolo non deve lasciarsi sterminare e non deve farsi umiliare.



Lavoratori della mia patria: ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno il momento grigio ed amaro in cui il tradimento vuole imporsi.



Andate avanti sapendo che, molto presto, si apriranno grandi viali attraverso cui passerà l’uomo libero, per costruire una società migliore. Viva il Cile, viva il popolo, viva i lavoratori!



Queste sono le mie ultime parole, ho la certezza che il sacrificio non sarà vano.



Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una punizione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento”.

martedì 21 giugno 2016

Auto elettriche in Norvegia

Tromso, città norvegese conosciuta come la “Porta per l’Artico”, non riceve la luce del sole per due mesi all’anno. Eppure, rappresenta il centro improbabile quanto globale del settore auto a propulsione elettrica, avendo tra l’altro attirato anche l’attenzione degli imprenditori della Silicon Valley tra cui la Tesla: l’azienda di Elon Musk ha recentemente aperto uno showroom lì, diventato il suo avamposto più settentrionale. Perché? Semplice: la Norvegia, a quanto pare, è semplicemente “pazza” per le auto elettriche. E’ il leader mondiale nella media di auto elettriche pro capite, ed è appena diventato il quarto paese al mondo ad avere 100 mila esemplari circolanti su strada. Poche? Va considerato che le altre nazioni della lista sono Stati Uniti (popolazione: 320 milioni), Giappone (130 milioni) e Cina (1,35 miliardi), quindi il risultato norvegese è altamente significativo potendo contare su appena… cinque milioni di anime. Qui, la classe politica vorrebbe mettere al bando la vendita di vetture nuove benzina o diesel entro il 2025, tra i fattori che hanno indotto Tesla all’investimento in questa regione. Del resto, la Norvegia ha introdotto solidi incentivi economici in chiave protezione ambientale, alimentando in questo modo l’incremento del parco auto “verde”: niente tasse di acquisto né di esercizio, esenzione pedaggi su strade a pagamento e traghetti, parcheggi comunali gratuiti, accesso a corsie preferenziali. Tutto questo ha portato il costo di un’auto elettrica in linea con quello di un modello convenzionale, ma sono molti clienti di questa propulsione alternativo ad aggiungere conteggi che lasciano a bocca aperta: l’intero costo della vettura può essere recuperato già entro otto anni, grazie ai risparmi fiscali e sul carburante. Già, perché se la mancanza di scelta tra modelli a propulsione elettrica è ancora un limite, l’energia elettrica per ricaricare le batterie è in compenso totalmente gratuita: la Norvegia ha la fortuna di trovarsi vicina al 100% di produzione di energia idroelettrica da fonte rinnovabile ad un costo modesto. Secondo l’associazione norvegese Electric Vehicle Association, anche se tutti i tre milioni di auto circolanti nel Paese fossero elettrici, assorbirebbero solo il 5-6% dell’intera produzione annuale di energia da fonte idroelettrica. I punti di ricarica rapida diffusi nel paese possono garantire fino all’80% di carica in soli 30 minuti; aiuta il fatto che la Norvegia è anche il più grande produttore di petrolio in Europa occidentale, nonché il terzo più grande esportatore mondiale di gas naturale: in altre parole, il paese è abbastanza ricco da poter sovvenzionare il suo stile di mobilità elettrica. Nonostante questi numeri importanti, non tutti i cittadini sono convinti di questa strada, anche per le incertezze legate all’ansia da autonomia e alla durata della carica nei climi più freddi. Effettivamente, sotto questo profilo numerosi studi hanno dimostrato che il gelo profondo può peggiorare significativamente la tenuta della carica ed il suo rendimento, tant’è che nella parte settentrionale della Norvegia la diffusione della propulsione elettrica procede molto più a rilento. Eppure, il nuovo showroom di Tesla nella inospitale Tromso, insieme alla crescita costante del numero di punti di ricarica pubblici, dimostrano l’impegno del settore per diffondere il messaggio verde, non importa quanto inospitale risulti l’ambiente. Intanto, nel resto del mondo, c’è chi sta traendo lezioni da quest’esperienza nordica. La Germania, ad esempio, ha appena annunciato investimenti per un miliardo di euro per incentivare più consumatori ad acquistare veicoli elettrici. Riassume Christian Ruoff, editore della rivista americana Charged specializzata in mobilità elettrica: “I produttori di auto elettriche negli Stati Uniti vedono la Norvegia come una finestra verso il futuro. Questo paese mostra che se i governi possono abbassare i costi della mobilità elettrica a livelli equivalenti a quelli dei modelli a propulsione convenzionale, gli automobilisti – persino al Circolo Polare Artico – sono disposti a comprarle. Sfatando persino il mito che vuole questi veicoli e le relative batterie risultare adatti solo alle città con climi più moderati“

Fonte: Ilfattoquotidiano