mercoledì 4 maggio 2011

E l’Italia salì sul treno

Anni 50 e 60. Un paese che scopre il benessere e si mette in movimento. In un’epoca in cui l’aereo non è ancora un mezzo di trasporto di massa, è la ferrovia a fare la parte del leone, collegando il Nord con il Sud e influenzando la società e il costume nazionali. Lo scrittore Luca Goldoni ricorda così quell’epoca, ricca di personaggi e suggestioni.



" Uno dei primi controsensi linguistici affrontato dalla mia generazione fu il nome del treno: accelerato. Andava pianissimo, era quasi sempre fermo in piccole stazioni: perché, invece di accelerato, non lo chiamano rallentato? Comunque se non ci fosse stato lui – elettrico o ancora a carbone – non avremmo scoperto il mare. Non solo le Lancia e le Alfaromeo, ma anche le più popolari Fiat, erano merce rara. La maggior della gente passava le ferie a casa, fra cocomeri, campi di bocce e cinema all’aperto con gli indiani e Stanlio e Ollio.

La mia famiglia apparteneva a quella piccola borghesia che riusciva a risparmiare per una breve villeggiatura e la favola del mare cominciava molto prima della partenza. Si cercava quasi di dilatare ad arte l’aspettativa: le valigie aperte sulle seggiole erano già a “mare”, si vedevano i costumi di lana a righe, il motoscafino di latta con la molla marca Ingap, i libri consigliati dall’insegnante che non si sarebbero mai aperti..
Da Parma a Moneglia, presso Sestri, c’erano quattro ore di treno ma i viveri approntati da mia madre erano da spedizione: i filoni di pane francese tagliati a metà, quelli riempiti di formaggini Mio, quelli con la mortadella, quelli con la frittata (che poi inumidiva sgradevolmente la mollica), il thermos con acqua e limone, il cestino di ciliegie.

Il vagone di terza classe aveva decine di sportelli e le panche di legno lustrate da anni e anni di sederi. I bambini con i sandali marron traforati e il cappellino di tela bianca a spicchi anticipavano la spiaggia andando su e giù per il treno con il secchiello, gli stampini di latta, la retina per i granchi. Le madri parlavano fra loro e ci rovinavano la festa anticipando il tipo di purga che ci avrebbero rifilato.  La mia generazione è stata penalizzata da questa infamia: appena arrivati al mare purghe vomitevoli perché avevamo “cambiato aria”, niente bagno e niente spiaggia, in attesa di micidiali brontolii di pancia.

Il treno fermava in tutti i paesi. I capistazione dell’Appennino gareggiavano con aiuole leziosissime, ghiaiette colorate, castelli con merli, un tunnel da cui spuntavano una riproduzione di locomotiva con le ruote rosso carminio. Forse costruivano questi presepi per mascherare i brutti gabbiotti con la scritta: Latrina. A ogni fermata ci precipitavamo a bere alle fontanelle di ferro battuto, si tappava il getto facendoci schizzare da un foro lo zampillo in faccia. Altro che thermos.

Finalmente ecco le gallerie lungo la costa con gli archi che ogni tanto squarciavano il buio schiudendo semicerchi di celeste. Quei lampi di mare erano emozioni indicibili e i ragazzi tiravano giù le valigie dalla reticella anche se c’era ancora un’ora di viaggio. Fra una galleria e l’altra apparivano le prime spiaggette, le barche in secca come ciabatte colorate, la fila di cabine a strisce bianche e azzurre, un piroscafo al largo. Sfilavano altre gallerie, altre insenature, ma il piroscafo, stranissimo sembrava sempre lo stesso punto. Il capotreno gridava i nomi delle stazioni, li conoscevo a memoria: più che parole mi sembravano suoni bellissimi, Framura, Bonassola, Monterosso.

All’arrivo il tempo misteriosamente cambiava marcia: due settimane volavano via. E lo struggimento nel risalire sull’accelerato era immenso: tutto quel mondo sarebbe sparito per un anno, perché non esistevano “ponti”, né weekend. Anche se eravamo ancora in estate piena, era come se cominciasse un inverno interminabile."
Luca Goldoni, “E l’Italia salì sul treno”, da Corriere Eventi del 05/05/2005



Quanta verità in queste parole.

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