martedì 27 dicembre 2011

«Senza lotta partigiana, sarei un avvocato»

L’ultima intervista a Giorgio Bocca è consegnata a un dvd pubblicato un paio di mesi fa dalla Feltrinelli.
C’è quasi tutto Bocca: gli inizi, la carriera, le sue idiosincrasie, le sue passioni, il passato e il presente. Il giornalista racconta la sua lunga vita a Maria Pace Ottieri e Luca Musella. Senza la lotta partigiana, ricorda Bocca, sarebbe stato destinato alla carriera di avvocato: «Era la sorte che aveva un giovane piccolo-borghese come me». La guerra civile, a cui Bocca ha dedicato saggi e racconti (da Partigiani della montagna a Una Repubblica partigiana sulla resistenza in Val d’Ossola), ha rappresentato per lui una perfetta coincidenza tra «fare una cosa meritoria e fare una cosa divertente», una «meravigliosa vacanza», «andare in giro per le montagne, senza una lira in tasca, padrone del tuo destino…». Sul senso di libertà provato durante la Resistenza, Bocca ha scritto molte pagine, ma qui quell’esperienza viene inserita in un contesto ampio che riguarda il senso religioso, anzi superstizioso, della famiglia d’origine, la passione per la montagna e lo sci, le prime amicizie (con il futuro cognato Detto Dal Mastro), il senso del dovere militare tipicamente piemontese.
La guerra partigiana viene ricordata da Bocca come «illusione bellissima», una speranza delusa di cambiamento radicale per l’Italia: «il grosso del Paese l’ha subita ma non l’ha fatta», si trattava in realtà di una rivoluzione minoritaria, come il Risorgimento. Con il suo tono severo, Bocca si sofferma poi sulla Liberazione e sull’immediato dopoguerra, sulle prime elezioni, sulla convinta appartenenza al Partito d’Azione e sulle divisioni politiche all’alba della ricostruzione. «I partiti che contavano per la gente erano quelli che davano la garanzia che o comandava il papa o comandava Stalin: le scelte erano quelle». Poi il miracolo economico, in cui «c’erano già tutti i vantaggi e i difetti della società italiana». Un’espansione molto disordinata che badava solo al guadagno immediato e che trascurava il futuro.
 Il suo paesaggio interiore è sempre rimasto quello cuneese, ma Bocca si trasferisce ben presto a Torino al tempo dell’università: lì percepisce la centralità della Fiat come una sorta di «corte monarchica» in cui la città si riconosce ancora oggi. Tra le persone incontrate da Bocca e raccontate da vicino nei loro tratti particolari c’è l’Avvocato, che , dice, «se non fosse stato un miliardario, sarebbe stato un ottimo giornalista». Camilla Cederna, la miglior giornalista d’Italia, «la correttezza in persona»; Oriana Fallaci, «una carogna veramente, di cui non mi sono mai fidato»; Dino Buzzati, un austroungarico gentile, amato «anche per la sua follia»; Umberto Eco, «un uomo di ghiaccio»; Emilio Tadini, «un vero amico», eccetera. Bocca parla anche di argomenti privati: del primo matrimonio e della separazione («ho voluto sposarmi con una ballerina e poi tutti in famiglia a dirmi: te lo avevamo detto!»), della figlia Nicoletta…
L’Italia di Bocca, vista dalle redazioni dei giornali, dalla «Gazzetta del Popolo» all’«Europeo», dal «Giorno» alla «Repubblica», è un Paese che non gli piace particolarmente, specie nei suoi miti che sembravano incrollabili e indiscutibili: la classe operaia, che «aveva in sé la verità e la virtù», il comunismo, la Democrazia cristiana, e in genere la politica.
 L’anticomunismo di Bocca è risaputo, così come è nota però la sua stima per Togliatti, cui ha dedicato una monografia: «Effettivamente Togliatti era uno che aveva capito tutto (…) ha compiuto un miracolo politico». Il ricordo del primo viaggio in Russia è anche il ricordo della reazione negativa che ebbero i suoi reportage: «Bocca schifoso detrattore». Altri temi dell’intervista sono argomenti-chiave della storia italiana del dopoguerra. L’epoca del terrorismo: «Per la stessa ragione per cui io avevo deciso di combattere (nella Resistenza n.d.R.), pensavo fosse comprensibile, non giusto, ma comprensibile, che alcuni giovani, per opporsi al sistema borghese, sparassero». D’altra parte però Bocca non nasconde l’amicizia e l’ammirazione per il generale Dalla Chiesa. Il controverso rapporto con il Sud (cui si legano giudizi durissimi: «è il terrore, è il cancro») e le inchieste sul terremoto dell’Irpinia: «l’occasione perché il sistema clientelare mafioso facesse i suoi affari, così come è successo con il terremoto dell’Aquila. Chi ne ha approfittato e lo ha usato è stato Berlusconi».
 E gli ultimi vent’anni vissuti da vicinissimo con curiosità e poi con disgusto: dalla fine del craxismo e della Dc a Tangentopoli, alla nascita della Lega, con la proposta del senatore Bossi: «Vuoi diventare senatore? Per carità! Insomma, avrei potuto fare carriera politica come leghista perché allora mi consideravano un amico. Non avevano capito invece che, come uomo di Giustizia e Libertà, li detestavo. Capivo che erano persone prive di ogni cultura…». L’antiberlusconismo degli ultimi tempi è praticamente attualità. Seguono i giudizi sul giornalismo di ieri e di oggi, sul vino «buonissimo» che fa sua figlia, un’autocritica sul suo essere «un cattivo nonno per eccesso: eccesso d’amore e soprattutto eccesso d’incitamento al successo. Voglio che abbiano fortuna come me». (corriere.it)

Nessun commento: