mercoledì 21 dicembre 2011

Walter Chiari, l'autodistruzione di un divo

Ieri ricorreva il ventennale dalla morte di Walter Chiari, attore, comico e conduttore televisivo, ma anche arte della spontaneità, uno dei protagonisti indiscussi dello spettacolo italiano dal Dopoguerra in poi. Alla fine però dopo esser stato amato ma anche osteggiato, l’artista milanese è scomparso in solitudine e povertà. Di seguito una dettagliatissima biografia da lastoriasiamonoi.rai.it. 

 Un ragazzo solare ed espansivo come i pugliesi, matto ed esagerato come i veneti, entusiasta e generoso come i milanesi: è il primo comico italiano che ha cambiato il modo di far ridere. È Walter Chiari, morto il 20 dicembre del 1991 Da campione di boxe a campione di risate Classe 1924 Walter Chiari nasce a Verona da genitori pugliesi. l'otto marzo A 10 anni la sua famiglia si trasferisce a Milano dove, solo quattro anni dopo, inizia a lavorare come magazziniere all’Isotta Fraschini. Da sempre uno sportivo, nel ‘39 diventa campione lombardo di pugilato dei pesi piuma. 
Verso la fine della Seconda guerra mondiale, dopo l'armistizio dell'8 settembre, è inquadrato nell'esercito della Repubblica Sociale Italiana, dove collabora come autore di vignette umoristiche al settimanale “L'Orizzonte della Decima Mas”. A guerra ormai conclusa viene internato in un campo di prigionieri di guerra e non collaboranti a Coltano, in provincia di Pisa, dalle truppe alleate. È proprio qui che deciderà di abbandonare il pugilato per sfruttare le sue immense doti comiche e dedicarsi alla sua vera grande passione: il teatro. 
Il debutto, come spesso accade, avviene per caso, in una notte che gli cambierà il destino: nell’inverno del ’44, infatti, Walter Chiari è con gli amici al Teatro Olimpia di Milano, e poiché l’attore comico è malato, dal palco si invitano persone dal pubblico a salire per cimentarsi nel “quarto d’ora da dilettanti”. Gli amici lo incoraggiano e lui accetta: fa i suoi pezzi forti (l’imitazione di Hitler e la barzelletta del balbuziente) ed è così che diventa famoso in una sola notte. Marisa Maresca, una delle reginette emergenti dell’avanspettacolo, lo scrittura immediatamente. Walter Chiari cambia nome: da Annichiaro (troppo lungo) diventa Chiari. 
Nel ‘50 si mette in proprio e l’anno dopo con “Sogno di un Walter” la sua comicità assume una precisa caratterizzazione: a fargli da spalla c’è Carlo Campanini, il compagno perfetto per rifare i “Fratelli de rege”. Nel ‘53 una geniale coppia d’autore, Metz e Marchesi, gli confezionano un cabaret su misura, un susseguirsi di scenette satiriche sui luoghi comuni della società, senza orchestra né passerella. 
Walter Chiari intrattiene il pubblico, accanto a lui c’è un ragazzo che canta in siciliano, un posteggiatore che ha scoperto e voluto nel suo spettacolo, ovvero Domenico Modugno e, come spalla Gino Bramieri e Bice Valori. Dopo la parentesi cabarettistica torna a lavorare accanto a Carlo Campanini; è in questo periodo che nasce la scenetta del “Sarchiapone americano”, un classico della comicità italiana.
 Enrico Vaime ricorda: «La stesura originale era di due pagine scritte da Terzoli e Walter, e si basava su una cosa che avevano visto alla stazione di Formia, dove un’ambulante urlava: “Sarchiapò, Sarchiapone Americà” e vendeva non so bene che…da questo è nato lo sketch. Io l’ho visto diverse volte…bene, l’ho visto durare dieci minuti, venti minuti e quaranta minuti, cioè l’intero secondo tempo dello spettacolo, reggeva, perché era straordinario, poteva andare avanti a vita, era perfetto e lui era perfetto. Reggeva perché non era solo uno sketch comico, era una scenetta satirica: l’italiano che non accetta di non sapere qualcosa». 
 Nel ‘56 avviene il grande salto: Walter Chiari viene scritturato da Garinei e Giovannini e così passa alla commedia musicale. In “Buonanotte Bettina” ha al suo fianco Delia Scala: sono una coppia irresistibile, il successo sarà trionfale. Nel ‘63 il ciclo fortunato con Garinei e Giovannini continua con “Il gufo e la gattina”: qui Walter Chiari ha come partner Paola Quattrini. 
Nella stagione ‘66/’67, viene scritturato con Renato Rascel nella popolarissima commedia di Neil Simon “La strana coppia”; i due attori sono complementari: Chiari è lo sregolato come sempre, mentre Rascel il pignolo. Sarà l’ultimo grande successo di Walter Chiari a teatro. Il primo divo italiano internazionale, il grande rubacuori, intanto, oltre che per la sua carriera, diventa famoso anche per la sua vita piena di love story da prima pagina.
 Nel ‘51, infatti, incontra Lucia Bosè sul set di Mario Soldati “È l’amore che mi rovina”: lui ha 27 anni e lei 20, il loro è un colpo di fulmine. La commessa divenuta Miss Italia si fidanza con l’ex pugile figlio di immigrati, l’attore più pagato del momento. I rotocalchi si entusiasmano, è la storia che fa sognare i giovani e che piace alle mamme. Dopo pochi anni di fidanzamento i due si preparano al matrimonio, ma sulla scena irrompe un torero, Luìs Miguel Dominguin: nel giro di pochi mesi la fidanzatina di Walter diventerà la futura signora Dominguin. 

Intanto Ava Gardner, bella tra le belle e moglie di Frank Sinatra, nel ‘55 arriva a Roma per girare “La contessa scalza” a Cinecittà, e qui incontra Walter Chiari: la loro sarà una storia piena di colpi di scena. Walter inizia a seguire la diva in giro per l’Europa e per il mondo, è così che verso la fine degli anni ’50 diventa l’unico attore italiano a vivere una realtà cosmopolita. L’amore con Ava è come un ciclone, pieno di alti e bassi, ma finirà in Australia nel ‘59 quando, dopo che Chiari si è esibito in una beffarda imitazione di Sinatra a teatro, Ava si arrabbia e lo lascia. La diva ha da sempre sospettato che Walter desse troppa importanza alla notorietà scaturita dalla loro relazione, ma la verità è che, per l’ennesima volta, Ava sta ritornando con Sinatra. Per tutti gli anni ‘60 e ’70, Walter ha tantissimi amori, veri o presunti. Molti sono coloro che lo ritengono un pericoloso rubacuori, d'altronde ne ha tutte le caratteristiche: malinconico e ironico, dolce e canaglia, generoso e bello, capace di sollecitare contemporaneamente sia l’istinto materno che quello di avventura. Inoltre, cosa forse ancora più importante, come dice Ava, è capace di far sentire più giovane ogni donna che gli sta accanto.
 Così di donne gliene attribuiscono, quasi sempre a ragione, centinaia, tra cui: Mina, Marisa Maresca, Maria Gabriella di Savoia, Anna Magnani, Elsa Martinelli, Anita Ekberg, Jean Seberg, Belinda Lee, Delia Scala… Ma nel ‘69 il single più noto d’Italia fa un cambio di rotta e decide di sposare Alida Chelli, ancora una volta una collega di lavoro: il più simpatico dei belli ha finalmente deciso di metter su famiglia. Alida Chelli ricorda: «Ci siamo lasciati, ripresi, lasciati, ripresi e poi finalmente ci siamo sposati. Lui mi telefona dall’Australia, stava girando un film ed era vestito da prete e mi dice: “Se mi sposi mi butto dentro la piscina” e io naturalmente ho detto sì. La sera stessa sono partita. Ci siamo sposati e subito dopo, fuori dalla chiesa, c’ero solo io, lui non c’era più: l’avevano preso, era andato a un’associazione di non so cosa, io ero lì, nera idrofoba!» Naturalmente si tratta di un matrimonio tempestoso, destinato a durare poco. 
 La nuova stella del sabato sera, il re delle improvvisazioni Intanto nel ‘58 il suo talento approda anche in televisione, diviene così la nuova stella del sabato sera e intratterrà gli italiani della televisione come comico-conduttore per tutti gli anni ‘60: “Canzonissima”, “La prova nel nove”, “Alta pressione”, “Studio uno”. È il migliore in assoluto nel proporre testi leggeri e intelligenti allo stesso tempo. Walter, infatti, più che primo attore in senso lato, è piuttosto un “entertainer” all’americana che balla, canta, recita e coinvolge il pubblico, riproponendo in televisione tutto il suo repertorio teatrale. È un bel ragazzaccio che parla a un’Italia non più povera, che mischia dialetto e raffinatezze, non-sense e smorfie. Le sue parodie esilaranti dei grandi film di Hollywood, in particolare, ottengono un successo formidabile. Enrico Vaime, a proposito del suo talento: «È stato il primo e il più grande talento televisivo. Era un vero intrattenitore: quelli che venivano dal teatro erano ingessati, nessuno aveva la sua naturalezza. È piaciuto subito e per lungo tempo e a un target molto vasto: dai bambini ai nonni. In Italia un comico solitamente ha una rotazione lessicale di cinquemila parole. Lui, invece, ne conosceva diecimila. 
E le sapeva usare, questa era la marcia in più!» Walter quindi parlava un italiano ricchissimo. Elsa Martinelli: «Era un ragazzo coltissimo, e questo si vedeva già negli sketch dove citava Shakespeare, Hume; la sua preparazione culturale lo ha aiutato moltissimo ad essere diverso». Ma ciò che lo differenzia dagli altri è anche la sua imprevedibilità, la sua capacità di improvvisazione, infatti, come ricorda sempre Vaime: «Non era un esecutore, come esecutore anzi aveva pochissime doti. Era un improvvisatore. Da uno spunto poteva andare chissà dove: dall’Everest verso la fogna. Eravamo nelle sue mani che però erano molto furbe e abili. Noi fornivamo testi molto completi e poi ci affidavamo alle sue mani». Durante i suoi spettacoli Walter sforava rispetto ai testi anche di dieci o venti minuti, cosa che oramai non accade più in televisione. Per Michele Serra ciò in seguito gli ha recato dei problemi: «Credo che questo a un certo punto gli abbia nuociuto, la sua carriera ha avuto qualche intoppo e ripudio perché era considerato, da questo punto di vista, del tutto ingovernabile». 
 Dopo la rivista, il musical, il teatro e la televisione, ecco il cinema Dopo l’esordio nel ‘47 in "Vanità" di Giorgio Pàstina, Walter Chiari si fa notare ne "L’inafferrabile 12" (1950) di Mario Mattoli e fornisce prove eccellenti in "Bellissima" (1951) di Luchino Visconti. Nel ‘62 sarà la volta de "L’attico" di Gianni Puccini, mentre nel ’63 sarà sul set di "Il giovedì" di Dino Risi e "La rimpatriata" di Damiano Damiani. Nel ’66 compare in "Io, io, io... e gli altri" di Alessandro Blasetti, e "Falstaff" di Orson Welles. Ma l’esperienza del cinema non gli porterà molto successo, anche perché molti film li fa solamente per questione di soldi, per alimentare la sua vita così spendacciona e piene di gesti di generosità. 
 Simone Annichiarico, figlio di Walter, ricorda: «Non vi dico come usava i premi mio padre, per fermare le porte! Una volta mi ricordo che eravamo a Fregene e con il Nastro d’argento, il suo primo Nastro d’argento del ‘49, lui ci schiacciava le noci, rovinandolo e scheggiandolo!». Il cinema quindi non è la sua vocazione, mentre gira “Bellissima”, ad esempio, dopo che Visconti gli ha fatto fare fino a trenta ciak per una battuta, alla fine vomita. Gli era preso un blocco allo stomaco, non ce la faceva a ripetere, non voleva fare quel mestiere. Per Tatti Sanguineti: «Walter va oltre il cinema: è il motore dei due film principali della storia del cinema di metà secolo: “La dolce vita” parte da un cazzotto che Walter cerca di dare a Tazio Secchiaroli..[…] “La dolce vita” nasce da alcuni racconti che Secchiaroli fa a Fellini, di cui questo è il più mitico e lo ritroviamo nel film. Mentre “Rocco e i suoi fratelli” che cos’è se non la storia di Luchino Visconti che conosce una famiglia di pugliesi che sono emigrati a Milano e che fanno la boxe tra cui c’è un ragazzo molto bello con un ciuffo intelligente sulla testa che strega tutte le donne che incontra?! Ecco, Walter non fa il cinema, ma ispira il cinema». Il caso vuole che i film più belli per cui Walter verrà ricordato come attore di cinema, sono quelli drammatici. Ne “Il giovedì” Dino Risi costruisce su di lui una storia molto forte che parla di un padre che ha suo figlio solo per poche ore alla settimana nelle quali deve renderlo felice, portandolo sulle giostre e costruendogli un mondo di fantasia. Forse è proprio sul set di questo film che Walter sente il bisogno di diventare padre, come lui stesso dirà: «Adesso che ho un figlio per gioco nel cinema, quando rientro a casa e trovo i miei libri, i miei giochi, le telefonate, i miei amici, sento che in fondo mi manca realmente quello che lascio per gioco e che trovo per gioco nel cinema. Cioè mi piacerebbe avere un figlio». E Walter infatti, come ricorda suo figlio Simone, sarà un padre simile a quello da lui interpretato nel film: «C’era qualcosa de “Il giovedì” nella nostra vita reale. Le cose migliori del giovedì, quando lui diverte il bambino, erano amplificate a mille nella vita reale». L’esperienza del carcere, l’inizio del suo declino Walter un figlio lo fa davvero, nel ‘70, ma proprio nel momento peggiore della sua carriera: il 22 maggio di quell’anno, infatti, la polizia lo arresta con l’accusa di consumo e spaccio di cocaina. È un arresto clamoroso che finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e che arriva come un fulmine a ciel sereno nella sua carriera che sembrava ormai inarrestabile. Così, il suo primo e unico figlio, nasce l’8 giugno, mentre è in isolamento nel carcere di Regina Coeli. Walter: «Non l’ho visto nascere, ero in isolamento. Mi è stato detto: ti è nato un figlio maschio, due ore fa. Non sapevo a chi dirlo, con chi bere, festeggiare, con chi piangere, con chi vantarmi o scherzare dicendo: ce l’ho fatta». Per Tatti Sanguineti si è trattato di un: «sacrificato sull’altare per la “Strage di Stato”. C’è un uomo che ha un antico vizio, che è un bersaglio ideale, che è bello, che piace alle donne, che è ricco, che ha successo, che ha fatto la boxe, che ha i requisiti ideologici, la fisionomia ideale, l’uomo delle destre. Questo uomo delle destre, questo uomo di successo, il conduttore della Canzonissima del ‘68 che scherza sull’influenza di Mao, è Walter Chiari». Anche Simone concorda con questa visione dei fatti: «In Italia, e non solo, c’è il vezzo di coprire mostri e magagne sbattendo il mostro in prima pagina, oppure distogliendo l’attenzione». Intanto il 28 agosto ’70, Walter esce dal carcere e al processo del 13 ottobre ‘71 viene prosciolto per accusa di spaccio, mentre rimane in piedi quella per consumo personale. Il giorno in cui venne arrestato stava andando a registrare una puntata di “Speciale per voi” di Renzo Arbore. Ma la Rai, dopo l’arresto, cancella tutti gli impegni presi e per due anni tutte le porte resteranno chiuse. 
 Nel ’73 però Walter ha finalmente una nuova occasione in “L’appuntamento”, dove il sabato sera affiancherà Ornella Vanoni. Ma ha perso lo smalto, non è più quello di prima. Più che altro non riesce a instaurare lo stesso rapporto con il pubblico: i giovani, in quegli anni, sono impegnati politicamente, hanno perso interesse per la sua comicità leggera e disimpegnata. Walter ha bisogno di soldi, il suo stile di vita scellerato lo costringe ad andare avanti e così anche se retrocesso in ‘serie B’, continua a fare televisione sulle emittenti commerciali, e qualche film dimenticabile. 
Nell’80 conduce “Ciao come stai?”, su Antenna Tre. Elsa Martinelli ricorda: «Aveva le mani bucate, era generosissimo, molta gente si è approfittata di lui portandogli via tutto, e quindi credo si sia adattato a fare certe cose. Poi la malattia, chiamiamola così, quella di certo non lo ha aiutato a riemergere. Inoltre i tanti amici che aveva potevano certamente essere un po’ più generosi e cercare di aiutarlo in qualche modo. So che è difficile, però si può fare, e con lui non è stato fatto». 
 Il periodo sfortunato non vuole finire e nell’84 viene nuovamente preso di mira: il pentito Giovanni Melluso lo accusa di traffico di cocaina: tutto si basa su una foto che li ritrae insieme. Si tratta dello stesso imbroglio che travolge Enzo Tortora. Walter verrà prosciolto e con lui la sua compagna Patrizia Caselli, ma ancora una volta le vicende giudiziarie lo segnano nel corpo e nello spirito. Walter Chiari, in “Storia di un altro italiano” a cura di Tatti Sanguineti, commenta amaramente: «Com’è delizioso essere consapevoli che la propria autodistruzione è uno spettacolo gradevole anche per l’amico più caro e comunque dopo averlo saputo e averlo accettato, continuare lo spettacolo di autodistruzione». 
 Gli ultimi anni di Walter Chiari vengono perciò segnati dalla malinconia, dall’amarezza, dall’autodistruzione, ma Walter è un pugile che non getta la spugna: la sua ultima partita con il successo se la gioca con due ruoli drammatici, intensi e commoventi, dimostrando ancora una volta di essere un attore unico nel suo genere. In “Romance” di Massimo Mazzucco (1986), che approda a Venezia, per Walter ci sono le premesse per un premio. Inizia a illudersi, ma il premio viene dato a Carlo delle Piane per il suo ruolo in “Regalo di Natale” di Pupi Avati. Anche il teatro gli offre delle occasioni importanti, l’ultima è “Finale di partita” di Samuel Beckett, dove recita nuovamente con il suo compagno Rascel; per Chiari è un paradosso: lui che è incapace di stare fermo, deve fare il ruolo di un paralitico cieco. 
 Simone ricorda: «Mio padre negli ultimi due anni aveva una luce diversa negli occhi, infatti quando dissi a mia madre: "Vado a vivere a Milano", lei disse: "Ah, dove vai? Quello è matto!" E poi disse una cosa molto brutta: "Sento che se ne sta andando"». Il 19 dicembre del ‘91 Walter Chiari ha un lieve scompenso cardiaco, ma sembra riprendersi. Ma dopo due giorni, nella notte tra il 20 e il 21, viene còlto da un infarto nel lussuoso appartamento N° 508 del residence “Siloe”. Lo trovano seduto in poltrona, davanti alla tv, con gli occhiali ancora sul naso e la testa appena reclinata. «Mi chiamò la sera stessa e mi disse – ricorda il figlio - “Sono stato dal cardiologo, dice che possiamo giocare a tennis per altri dieci anni”. Poi tre ore dopo non c’era più… “Non vi preoccupate, è tutto sonno arretrato”, è questo ciò che voleva far scrivere sulla lapide. È morto anche bene, davanti al televisore, così, tac, spento: fine della trasmissione».


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