mercoledì 4 gennaio 2012

Pan e vin

I falò di inizio anno sono una tradizione popolare del Nordest consistente nel bruciare delle grandi cataste di legno e frasche nei primi giorni di gennaio, solitamente la vigilia dell'epifania. Data la sua larga diffusione, ne esistono moltissime versioni e denominazioni: in Friuli è detto pignarûl (plurale pignarûi), in Bisiacaria (Venezia Giulia) seima, in Veneto panevìn o panaìn (da pan e vin "pane e vino", il povero cibo che si consuma durante l'evento), pìroła-pàroła, vècia ("vecchia": le pire possono assumere la forma di un fantoccio), fogherada, bubarata, nel basso Friuli e nel Veneto Orientale foghèra o casèra. Nelle zone di Bologna e Modena si usa bruciare un fantoccio raffigurante un vecchio (falò del vecchione) nella Notte di San Silvestro.

Comunque che sia scritto staccato o tutto attaccato, che di paese in paese o provincia in provincia abbia acquisito nei secoli un nome differente (da brusa la vecia a piroea paroea), il rito del «panevin » rimane inalterato nel tempo e affronta il 2012 unendo passato e futuro. Il fuoco purificatore su cui simbolicamente vengono distrutte le sfortune del passato, illuminerà la notte di giovedì o animerà il pomeriggio di venerdì. Tradizione vuole che, in occasione del panevin, vengano distribuite pinza e vin brulé e che gli anziani intonino attorno al fuoco le litanie propiziatorie .
 La tradizione del Panevin fonda le sue radici nel lontano periodo celtico (circa V sec. A.C.) presso l'antico popolo dei Veneti; questo falò serviva per evocare il ritorno del sole sulla terra, cioè l'allungarsi delle giornate che inizia dal solstizio d'inverno. Il fuoco serviva per celebrare questo giorno che con il calendario Giuliano coincideva con il 25 dicembre. Nel Medioevo, con l'evangelizzazione delle campagne venete, il Panevin perse le sue origini pagane assumendo una connotazione cristiana. Il falò venne spostato al giorno dell'Epifania per ricordare i Re Magi che portarono i doni a Gesù Bambino. Secondo la leggenda i falò della campagna veneta furono loro utili per trovare la via di Betlemme essendosi persi. Al loro ritorno, racconta sempre la leggenda, non vedendo nessuna luce nella campagna, si persero nuovamente nella pianura Padana andando a morire nel Milanese (ciò sarebbe testimoniato dalla presenza nel Duomo di Milano di un sarcofago con l'iscrizione "trium Magerum").
 Nella notte del 5 gennaio nel Medioevo, come anche oggi, l'occasione del falò forniva al popolo un momento di unione e ritrovo con tutta la comunità cittadina davanti a un buon bicchiere di vino caldo (brulè) e un pezzo di pinza. Una delle principali tradizioni legate al Panevin è quella di osservare in che direzione va il fumo; in base a questa, i contadini trevigiani predicevano se il raccolto dell'annata sarebbe stato buono o cattivo e oggi la predizione viene estesa agli eventi personali.Questo momento è detto dei "pronosteghi" e funziona, all'incirca, secondo quanto recita un detto popolare come il seguente, anche se ne esistono molti altri:
 "falive a matina, tol su el saco e va a farina" (cioè se la direzione presa dal fumo e dalle faville è il nord o l'est, prendi il sacco e vai ad elemosinare)
 "se le falive le va a sera, de polenta pien caliera" (se la direzione è ovest o sud, il raccolto sarà buono...quindi la pentola sarà piena di polenta)
 "se le falive le va a garbin tol su el caro e va al mulin" (se la direzione è del libeccio per l'abbondanza devi andare a prendere la farina con il carro). Anche oggi la tradizione del Panevin è molto diffusa nel trevigiano.
Qui i principali Panevin della Marca Trevigiana  

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