Di eutanasia si torna a parlare ciclicamente, quando giornali e Tv rilanciano gli echi di un dibattito etico e giuridico che ogni tanto emerge prepotentemente. Il termine stesso, eutanasia, ha un significato tutto sommato ambiguo, generico, intorno al quale non esiste unanimità di interpretazioni. E’ certo, però, che quando si parla di eutanasia si intende svolgere una riflessione intorno ad alcune domande cruciali: vivere è solo un diritto o anche un dovere? l’uomo può disporre liberamente della propria vita, perché allora non potrebbe decidere in maniera autonoma anche il momento della propria morte? Che cosa significa morire con dignità? Qual è il dovere di un medico di fronte a una richiesta di morte? E il legislatore, quali decisioni deve assumere rispetto a questi interrogativi?
L’eutanasia non è un fenomeno nuovo della nostra società, dal momento che questa pratica è conosciuta anche da alcune fra le più significative civiltà del passato; d’altra parte, l’idea di ammettere moralmente e giuridicamente che un uomo possa chiedere ad un altro uomo di essere soppresso non è mai stata accettata acriticamente, ma ha sempre suscitato obiezioni, critiche, condanne, reazioni.
E' di questi giorni anche l'immagine di un tatuaggio che una signora di 88 anni, che in caso di malessere chiede di non esser rianimata. La foto della donna pubblicata fra le lettere giunte alla redazione di Relevant, la rivista dell’Associazione Olandese per l’Eutanasia Volontaria, ha ben presto fatto il giro del mondo.
A parte l’originalità della strategia adottata dalla signora nonché la – purtroppo – dubbia efficacia legale del bizzarro sistema, il caso di cui sopra la dice lunga riguardo l’importanza di un dibattito su questo tema spinoso.
Sul fine vita si è recentemente pronunciata l’Ue che ha approvato pochi giorni fa una nuova delibera dell’Unione europea secondo la quale qualsiasi pratica “intesa come uccisione volontaria per atto o omissione di un essere umano in condizioni di dipendenza a suo presunto beneficio, deve essere sempre proibita”, sbarrando di fatto la strada a eutanasia e suicidio assistito.
A distanza di un anno dal riconoscimento da parte della Corte di Strasburgo che nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo non c'è nessun diritto all'eutanasia e al suicidio assistito, il capoluogo alsaziano ribadisce e conferma il suo no a riguardo, salvo precisare la necessità di “regolare con la legge il testamento biologico, un'opportunità, specifica la risoluzione, che riguarda solo una residua minoranza tra gli 800 milioni cittadini dell'Unione”.
Nonostante, dunque, il secco “no” di Strasburgo, rimarrebbe comunque di primaria importanza la necessità di “ratificare, conoscere e applicare quanto contenuto nella Convenzione dei diritti dell'uomo e sulla biomedicina di predisporre procedure semplici per accedere al testamento biologico, evitando moduli complicati che rendano il diritto non accessibile a tutti”.
Nel frattempo, in Italia il tema dell’Eutanasia sembra caduto nel dimenticatoio. Portato in auge dal dibattito in seguito ai casi Welby ed Englaro e di conseguenza nel dibattito ed entrato a forza nell’agenda politica, si trova ormai “ai margini dell’agorà pubblica” come afferma Marco Cappato, Consigliere comunale Radicale - federalista europeo a Milano.
A confermare questa tendenza ci sarebbero anche i dati Eurispes secondo i quali i favorevoli all’Eutanasia in Italia erano il 66% contro l’attuale 50%. Un tema-tabù terreno di scontro tra i diversi partiti politici e forse per questo ignorato ultimamente anche dal dibattito politico che pare abbia anche sospeso le discussioni aperte.(agenziaradicale.com)
Qui due opinioni a confronto sul tema, Marco Travaglio e Paolo Flores d'Arcais.
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