martedì 19 giugno 2012

LA RIVELAZIONE SU BARTALI IN «ROAD TO VALOR»


Nell'immaginario collettivo degli italiani la mano di Gino Bartali resta immortalata nell'atto di passare (o ricevere, chissà) una borraccia al rivale di sempre, Fausto Coppi. Ma a quella mano - e a quelle gambe - si deve probabilmente molto di più. Gino Bartali era un ‘giusto’ e la sua attività clandestina consentì di salvare la vita di centinaia di ebrei italiani durante la persecuzione nazista, al punto che Yad Vashem starebbe considerando il suo ingresso nell’omonimo museo. A rivelare quest’aspetto – del tutto inedito in Usa - della vita del famoso campione delle due ruote è il libro Road to Valor(Edizioni Crown/Random House) della giornalista Aili McConnon e del fratello Andres McConnon, storico, appena uscito nelle librerie americane.
 Il libro è stato presentato in anteprima la scorsa settimana a New York durante un evento organizzato presso la Casa Italiana Zerilli/Marimò, presieduta da Stefano Albertini. L’opera, la prima scritta in inglese su Bartali, ripercorre la vita travagliata del ciclista, dai modesti natali a Ponte a Ema, in provincia di Firenze, il 18 luglio 1914, fino alla morte nel capoluogo toscano, nel maggio del 2000, all’età di 85 anni. Alla fine dell’autunno 1943, Bartali fu interpellato dal cardinale di Firenze Elia Dalla Costa che gli propose una ‘missione impossibile’: attraversare in bici l’Umbria e la Toscana per consegnare alla popolazione ebraica a rischio deportazione i documenti falsi che avrebbero permesso loro di eludere i loro carnefici.
Infatti l'altra faccia della notorietà acquisita con le prime spettacolari vittorie (come quella del Tour de France del 1938) fu rappresentata dal tentativo del regime fascista di utilizzarle a fini propagandistici, mentre incombevano le Leggi razziali. I McConnon notano che a Parigi, al termine del Tour, Bartali si astenne ostentatamente dal rendere omaggio al Duce. Un suo agente notò poi con disappunto, in una nota segreta, che il campione aveva solo "farfugliato". E al suo ritorno a Firenze, per ritorsione del regime, "nemmeno un gatto lo aspettava alla stazione". Influenzato dai principi di giustizia sociale instillatigli dal padre, Torello Bartali, 'Ginettacciò traeva inoltre ispirazione dagli insegnamenti umanitari del già citato cardinale-arcivescovo Elia Dalla Costa, che ancora pochi mesi prima si era rifiutato di partecipare alle cerimonie di benvenuto a Firenze organizzate in onore di Adolf Hitler. Fu lo stesso cardinale - scrivono i McConnon - a convincere Bartali, nell'autunno 1943, ad entrare in una rete clandestina organizzata fra la Toscana e l'Umbria per salvare gli ebrei dalle persecuzioni. Sfortunatamente, notano gli autori, Bartali non ha mai lasciato un resoconto di prima mano su quell'incontro decisivo che nel frattempo è stato ricostruito grazie ai ricordi di altri testimoni nonchè dei familiari del campione. Dagli archivi è emerso anche che, durante l’occupazione nazista di Firenze, il campione ha aperto le porte della propria casa per nascondere una famiglia di ebrei fiorentini. Giorgio Goldenberg, un ebreo oggi anziano residente in Israele, ha raccontato come i genitori, la sorella e lui stesso si nascosero a lungo in un cantina messa a loro disposizione proprio da Bartali e da suo cugino Armando Sizzi, in un cortile presso via del Bandino.




Sulla base dei resoconti di testimoni e superstiti, i McConnon confermano che Bartali fece ripetutamente la staffetta con Assisi, nascondendo nella bicicletta documenti falsi necessari per salvare le vite dei perseguitati. Nei loro calcoli, quella rete clandestina soccorse almeno 330 ebrei in Toscana e altri 300 in Umbria.
Altri stimano il numero complessivo in 800. Un'attività condotta sul filo del rasoio che nel luglio 1944 lo portò fra l'altro a tu per tu con il famigerato maggiore Mario Carità, colui il quale - osservano i biografi americani - "voleva essere l'equivalente italiano di Heinrich Himmler", il capo della Gestapo. I McConnon ipotizzano che Bartali abbia temuto allora che la vera natura delle sue puntate ad Assisi o l'aiuto ai Goldenberg fossero stati scoperti. Si salvò per il rotto della cuffia.    Dopo la Seconda guerra mondiale, il termine "Giusti tra le nazioni" è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico, rischiando la propria vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista. Chi viene riconosciuto "Giusto" riceve il privilegio di vedere il proprio nome aggiunto agli altri presenti nel Giardino dei Giusti presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme.

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