lunedì 5 novembre 2012

«Non tutti siamo nati fortunati»

Bellissimo articolo apparso sul Corriere.it firmato da Maria Teresa Veneziani, che in un momento di giovani poco choosey fa riflettere.

«Non tutti siamo nati fortunati». Mi ha colpito la frase un cassiere di un supermercato che il cliente dietro di me elogiava come un bravissimo musicista professionista. Non ho saputo resistere dal chiedergli «Che cosa ci fa qui?». E’ così che il 39enne Max mi ha raccontato la sua storia. Quella di un ragazzo che fin da bambino studia musica incoraggiato dagli zii che hanno una band e che, 13enne, va in giro con loro a suonare – «tastiera e fisarmonica» – alle feste e ai matrimoni.
«Dall’età di sei anni ho preso lezioni dall’organista dell’oratorio perché i miei genitori, papà camionista, mamma casalinga,  non potevano permettersi di mandarmi al Conservatorio. Un maestro serio: mi ha fatto appassionare alla musica classica, Bach, Mozart, Beethoven…».
Max continua a studiare e appassionarsi sempre di più alla composizione ascoltando tanta musica classica «quella che mi ha forgiato un po’ il carattere e aiutato a trovare un equilibrio».
 «Al ritorno dal militare ho fatto gli esami di compositore e mi sono iscritto alla Siae perché incominciavo a scrivere le mie prime canzoni. Incidevo, componevo e spedivo i demo alle case discografiche che, però, se non conosci qualcuno non ti fanno arrivare nemmeno alla portineria» continua Max.
Poi, un colpo di fortuna: «Ho trovato lavoro come commesso in uno dei negozi di musica più grandi e famosi dove si riforniscono tutti i maggiori artisti italiani. Non potevo chiedere di meglio: avevo un contatto diretto con i protagonisti e potevo suonare tutti gli strumenti. Tra le conoscenze c’è anche un discografico disonesto che mi truffa. Mi chiede soldi per partecipare a un concorso e sparisce». Nel frattempo va male anche il lavoro. «Chiudono un negozio a fianco e il titolare decide di sostituirmi con il loro commesso superesperto rimasto senza lavoro. Per fortuna, proprio grazie alle conoscenze accumulate, inizio a collaborare con diversi artisti, o aspiranti tali, in qualità di fonico e talvolta anche di arrangiatore, fino ad arrivare alla grafica della copertina e al mixaggio. Ho continuato per 5/ 6 anni, integrando gli introiti nei piano bar sui Navigli». Ma il soldi non bastano e anzi scarseggiano «perché siamo negli Anni 90 e l’avvento del karaoke spazza via la vera musica dal vivo».
«Cerco un impiego e mi fanno un contratto di due anni come commesso in una grande catena di elettronica dove mi occupo di progettazione e vendita di sistemi di home theatre e hi fi di alta gamma. Non male, penso: è un’opportunità per mettere a frutto le mie conoscenze musicali. Ma gli affari non vanno bene e dopo i due anni non mi viene rinnovato il contratto. Trovo un altro lavoro a termine ma nel frattempo si ammala mio padre di tumore. Siamo nel 2003, gli annunciano sei mesi di vita, scadenza tristemente rispettata. Decido di restare a casa dal lavoro per accompagnarlo alle terapie, perché sono figlio unico. Muore nel 2004 e nella primavera successiva mia madre scopre di avere anche lei lo stesso male. Nel 2006 perdo anche lei».
«A quel punto sono senza lavoro, senza genitori e senza casa, perché il proprietario la mette in vendita e non perché non pagassimo l’affitto. Ho pensato: è finita. Però  ho continuo a mandare curriculum. Arriva la chiamata come cassiere in un super di alimentari e, ovviamente, accetto subito. E sono ancora qui».
Max deluso da Milano, la città delle case discografiche, si è arreso ed ha chiesto alla sua azienda di essere trasferito in Piemonte, in un paesino di provincia, dove vive la fidanzata «lontano dalla città e dal frastuono». Un passo con il quale, dice, «sento di chiudere definitivamente la porta alla mia passione. Eppure so di essere un musicista fatto e finito. Mi sono formato con sacrifici e soprattutto con tanta passione. La musica è stata il filo rosso della mia vita. Suono 5 strumenti, ho una buona voce che mi ha permesso di fare le cover di Baglioni e dei Pooh. Ma alla fine del mese tutti dobbiamo mangiare».  Poi, però, mi congeda con uno scatto di orgoglio: “Io apprezzo il fatto di avere un lavoro ma nella vita bisogno avere anche delle ambizioni, sennò vivi da pecora. La speranza di fare un lavoro più vicino alle mie aspirazioni c’è sempre…».
La storia di Max è uguale a quella di molti ragazzi che non sono affatto schizzinosi, gentile ministro Elsa Fornero. E che a 39 anni si sono arresi al destino che per alcuni può essere sfortunato. Io, invece, credo che alla sfortuna non bisogna mai arrendersi. E voi? Credete alla fortuna?

1 commento:

Ambra ha detto...

Io credo che per raggiungere l'obiettivo che ci poniamo ci vuole determinazione e volontà. Ma non bastano se non hai dalla tua un pizzico di fortuna.