sabato 30 marzo 2013

Fuel di Devotec, mai più con lo smartphone scarico

Fuel garantirà una piccola riserva di energia al proprio smartphone e sarà utilissimo soprattutto nelle situazioni di emergenza. Restare con lo smartphone scarico è un'esperienza che tutti hanno provato almeno una volta; nulla di tragico, ma in alcuni casi, quando si devono fare chiamate importanti o in caso di emergenza, è qualcosa che non dovrebbe accadere. Non cambierà certamente la nostra vita, ma Fuel di Devotec è un progetto che merita attenzione. Questo mini caricabatterie contiene una piccola batteria al litio dalla capacità di 220mAh ed è capace di garantire a dispositivi 'morti o morenti' un tot di carica (equivalente a circa 20-30 minuti di uso intenso) che serve per gestire le situazioni critiche. Il tutto tramite un semplice collegamento micro-USB. E' in corso persino una raccolta fondi su Kickstarter, per finanziare l'avvio di quello che a tutti gli effetti sarà il caricabatterie più piccolo al mondo. Fuel sarà grande poco più di una moneta da un euro e se anche il prezzo sarà 'mini', potrebbe risultare veramente utile.


https://www.facebook.com/pages/Devotec-Industries/112940197473

Il peggior rumore di fondo

Qual è il rumore di fondo più fastidioso quando si cerca di concentrarsi, al lavoro, durante la lettura o lo studio? È la voce di qualcuno accanto a noi, impegnato in una conversazione al cellulare. Ancor più di treni in corsa, autobus rombanti in strada oppure di due persone che chiacchierano animatamente al tavolo accanto al nostro, darebbe infatti fastidio una conversazione da noi percepita a una via, in cui riusciamo a sentire solo una parte di dialogo.
LO STUDIO Secondo lo studio svolto dagli psicologi dell’università di San Diego, California, e pubblicato sulla rivista scientifica PLoS ONE, la nostra concentrazione verrebbe messa duramente alla prova dalle chiacchiere altrui al telefono, in particolar modo quando riusciamo a sentire solo una parte del dialogo. Tanto da disturbare e anzi interrompere l’attività che stiamo svolgendo. Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno messo alla prova 150 studenti universitari, invitati a leggere a voce alta un brano. Una parte tra loro è stata esposta a una chiacchierata tra due persone posizionate accanto a lei, mentre una seconda parte del campione è stata avvicinata a una persona impegnata in una telefonata con il cellulare. In entrambe i casi, l’oggetto della conversazione riguardava argomenti di scarso interesse: le persone al telefono si mettevano d’accordo per un appuntamento in un centro commerciale, discutevano di mobili da acquistare, e così via.
LE REAZIONI Ma a seconda del caso, cambiavano le reazioni del campione intento a svolgere il compito di lettura e i questionari distribuiti alla fine: il gruppo disturbato da una conversazione a due vie come rumore di fondo si mostrava più abile nel ricordare e nel rispondere alle domande finali rispetto al secondo gruppo, che faceva invece fatica a staccare la sua attenzione dalla telefonata in corso e a ricordare quanto letto nel corso della prova. Per la professoressa Galvan, autrice della ricerca, le ragioni di questa distrazione maggiore non sono ancora chiare, anche se «vi sono molte ricerche ormai che dimostrano come il multitasking mentale non sia possibile: il nostro cervello deve fare continui passaggi tra il concentrarsi a leggere e l’ascoltare un’altra cosa, e non riesce a fare entrambe le cose insieme».
OLTRE L’ETICHETTAMentre dunque quella delle conversazioni al cellulare ovunque sempre più fastidiose viene spesso relegata a una questione di etichetta, molti studi scientifici sembrano dare ragione a chi non sopporta le telefonate altrui, in treno come per strada. Uno studio dello scorso anno svolto dai ricercatori della Cornell University peraltro avvalorava la tesi della professoressa di San Diego. L’équipe di ricerca aveva chiesto a un campione di giovani di completare una prova cercando di ignorare i rumori di fondo di una telefonata, e aveva dimostrato come fosse impossibile per loro isolare il cervello dalle parole al telefono e concentrarsi sul loro lavoro.

venerdì 29 marzo 2013

The double necked guitar

A ruota libera


Una grave malattia lo colpisce a 33 anni, lui non molla, combatte e sconfigge il male, si appassiona alla bicicletta e pedala, pedala, pedala finché non decide si raccontare la sua storia in un libro “A ruota libera. 30.000 km con il cancro alle spalle” edito da Alberto Brigo editore. Il protagonista di questa storia è Federico Grandesso, 45 anni, originario di Dolo ma da 30 anni residente a Badia Polesine. Federico, sposato con Samanta e padre di Nicolò, Andrea e Aurora, lavora come magazziniere. L’altra sera Federico è tornato ad Arino dove è cresciuto per presentare il suo libro e per lanciare un messaggio di speranza. La sua storia è simile a quella vissuta dal ciclista Lance Armstrong. Tutto cominciò nel 2002. «Sentivo un’iniziale stanchezza e poi una sera facendomi la doccia ho provato un dolore a un testicolo, che al tatto si presentava raggrinzito. Sono andato a farmi un’ecografia e subito il tecnico radiologo mi disse di andare da un urologo». L’esito della visita è stato tremendo. «Mi dissero che avevo un cancro, dopo pochi giorni mi operarono e con la biopsia scoprirono che la malattia stava andando avanti da oltre un anno e mezzo e che era al quarto stadio inoperabile. Essendosi trasmessa per via linfatica avevo quattro metastasi ai polmoni e all’aorta. Mi sentii smarrito e spiazzato». Federico decise di lottare contro questo male. «Ero ancora vivo e dovevo provarci. Ho capito che finché mi scoraggiavo non andavo da nessuna parte». Così si è sottoposto a sei cicli di chemioterapia che hanno indebolito il suo corpo. «Ho perso 17 chili», racconta l’uomo, «e la chemio mi ha creato problemi di deambulazione e anche al sistema nervoso secondario. Alla fine però sono riuscito a vincere la battaglia. Ritengo che ho avuto un mix di cose: forza di volontà, famiglia, fortuna e fede». A questo punto è entrata in gioco quasi per caso la bicicletta. «Dovevo ricostruire il mio fisico e ho cominciato a pedalare con la cyclette. Questo mi dava un senso di vitalità». La camera però diventava sempre più stretta per Federico, che ricevette in regalo dalla moglie una mountain bike. «Dal quel giorno non sono più sceso dalla bici perché quando pedalo sto bene, è un toccasana». Un giorno Federico si è recato in una libreria per comprare il libro scritto da Lance Armstrong, anche lui vittima di un cancro ai testicoli. «Ho conosciuto Dario Pitacco, che mi ha lanciato l’idea di fare un libro per raccontare la mia storia e dare un messaggio di speranza. Così ho deciso di scrivere un diario sulla mia malattia e sul dopo malattia, assieme ai miei viaggi in bicicletta». Così è nato “A ruota libera” che Federico sta presentando in tutto il Veneto, organizzando una serata dove lui e l’amico Dario pedalano mentre si raccontano parti del libro accompagnati da musica. «Ormai ho superato i 48 mila chilometri. Ora tante pagine bianche mi si aprono davanti. Sta a me riempirle».
Giacomo Piran - La Nuova Venezia

Il libro è in vendita anche online.

giovedì 28 marzo 2013

In origine lo scooter si fece TMAX… poi andò oltre

“Occuparci di questo progetto è stato davvero stressante, molto di più che la classica modifica di una moto. Dovevamo continuamente combattere contro la voglia di trasformare TMAX in una moto e basta. Sarebbe stato molto facile costruire un finto serbatoio e un codone e modificare il design di TMAX in quello di una moto tradizionale, ma volevamo mantenere l’impostazione “step-trough” (con trave centrale ribassato) da scooter. Rendere vincente questa scelta è stata una vera battaglia, ma penso che ci siamo riusciti, perché la reazione della gente che l’ha visto è stata fantastica”. “Ho fatto alcuni giri con il TMAX e la gente impazziva quando lo vedeva. Per essere sincero, nemmeno io mi aspettavo che mi piacesse così tanto. È davvero diverso, per certi versi inquietante, e va benissimo. Si guida sempre come un TMAX ma è ancora più leggero ed agile. Grazie allo scarico racing, sembra quasi una moto da off-road. È pazzesco!”. “La gente pensa che la mia passione siano le cruiser, ma in realtà mi emozionano di più le moto da fuoristrada e da competizione. In ogni caso, nessuno mi potrà separare dal mio Yamaha TMAX Hyper Modified. Nel mio garage adesso c'è uno scooter: non riesco a crederci! Non mi resta che montare un porta surf e portarlo in spiaggia!”

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cybrscooter.it

Sai quanta acqua consumi?

Il 22 marzo scorso era Giornata Mondiale dell’Acqua. Lo spreco e il cattivo utilizzo delle risorse idriche rappresenta uno dei problemi ambientali più seri, spesso sottovalutato per la scarsa percezione che si ha del consumo quotidiano, diretto e indiretto, di acqua. Ogni giorno si consumano mediamente volumi impressionanti di acqua, e senza accorgersene: una persona negli States quotidianamente consuma in media 7.800 litri di acqua, in Italia siamo a 6.300 litri al giorno, la media europea è di 4.800 litri, mentre quella mondiale si attesta a 3.400 litri. Come è possibile che in Italia ciascuno di noi consumi in media 6.300 litri di acqua al giorno? Ovviamente la parte maggiore non è rappresentata dall'acqua utilizzata per bere, per l'igiene personale o per le pulizie domestiche. La quota principale deriva dalle abitudini alimentari: abbiamo mai pensato a quanta acqua serve ad esempio per coltivare i chicchi necessari per fare una sola tazzina di caffè, o a quella che serve per allevare una mucca? Ebbene, questi dati sono stati calcolati: è stata infatti introdotta l’Impronta Idrica (Water Footprint), cioè il volume complessivo necessario per produrre un determinato bene, considerando tutto il ciclo produttivo che solitamente trascuriamo quando si parla di consumo di acqua. Quando beviamo una tazzina di caffè, il ciclo produttivo che ci permette di averla ha impiegato 140 litri di acqua, e ne servono ben 16.000 litri per appena un chilogrammo di carne di manzo. Per un chilo di formaggio occorrono 5.000 litri, per uno di patate 310 litri. Insomma, tutte le volte che consumiamo o utilizziamo un determinato bene, non ci rendiamo conto di quanta acqua è servita per produrlo. Da qui i dati medi quotidiani: per limitarci alle sole abitudini alimentari, se la quota di carni e derivati, o formaggi, è elevata, altrettanto elevato è il consumo di acqua quotidiano. Nel sito waterfootprint.org è possibile trovare molte altre informazioni e provare a calcolare, attraverso uno specifico tool, la propria impronta. Puoi anche scaricare gratuitamente l’applicazione “Waterprint” dal tuo store per calcolare sul tuo iPhone l’Impronta Idrica di ogni tua scelta.

mercoledì 27 marzo 2013

La gravità sui corpi nudi

La forza di gravità che ci tiene incollati al suolo e il nostro corpo. Un binomio inscindibile che ha effetti invisibili a occhio nudo e a velocità normale. Il regista statunitense Michael Haussman ha catturato, con una telecamera ad alta velocità, i micromovimenti sui corpi nudi. I soggetti saltano su un trampolino e la registrazione a 2.000 frame al secondo in alta definizione permette di osservare i movimenti passivi. L'effetto è quello di una serie di "immagini dinamiche" in cui il quadro (attraverso l'effetto tracking ottenuto in postproduzione) si sposta seguendo la donna, l'uomo con la pistola o il padre col bambino, che quindi restano immobili, e permette di apprezzare solo i micromovimenti della massa grassa, delle parti molli del volto e dei capelli. L'installazione video dal titolo "Gravity" è stata realizzata per la galleria Young projects di Los Angeles. Michael Haussman è un apprezzato regista di pubblicità e video musicali, nato negli Stati Uniti vive e lavora a Roma

Keeper, la scatola nera entra in auto

Il suo nome è Keeper, e l’ha creato la Tsem, una società italiana di ingegneria con sede a Padova. È uno strumento tecnologico in grado di assicurare due funzioni: scatola nera ed etilometro. Come scatola nera, sfruttando le tecnologie di localizzazione satellitare con sistemi di comunicazione Gsm/Gprs e grazie a un accelerometro che registra la forza di gravità sui tre assi (orizzontale, verticale e profondità), “legge” e memorizza gli spostamenti dell’auto e la dinamica di eventuali incidenti, lanciando inoltre un allarme automatico in caso di sinistro. Come etilometro, controlla il tasso alcolemico del guidatore tramite sensori sensibili ai gas (collocati sulla scatoletta) e algoritmi di calcolo. Se, in base alla densità dei gas, il sistema capisce che il guidatore è ubriaco, lancia un segnale, misurando e registrando il dato. La scatola nera, grazie a un pannello solare integrato e a una batteria a lunga durata, può essere facilmente applicata al parabrezza, come un Telepass. Il produttore garantisce che il montaggio è quindi a costo zero.

martedì 26 marzo 2013

Il primo Frecciarossa 1000 sarà dedicato a Pietro Mennea

Al più grande velocista e recordman italiano della storia, Pietro Mennea, sarà intitolato il primo Frecciarossa 1000, il nuovo simbolo dell’alta velocità italiana da 400 km all’ora. Il nuovo gioiello tecnologico, all’avanguardia nel mondo, uscirà come prototipo in composizione ridotta il prossimo 26 marzo dallo stabilimento AnsaldoBreda di Pistoia per iniziare il percorso di test e collaudi che proseguiranno a maggio, sul treno completo, nello stabilimento Bombardier di Vado Ligure. "Sarà il binomio della velocità e dell’eccellenza italiana. Questa nostra scelta è una dimostrazione di riconoscenza e di affetto per chi con il suo impegno, la sua serietà, la sua professionalità e le sue qualità ha dato lustro internazionale al nostro Paese" – con queste parole l'AD di FS Italiane, Mauro Moretti, ha reso nota e motivata la decisione. Il Frecciarossa 1000, ordinato in 50 esemplari al consorzio AnsaldoBreda – Bombardier, vincitore della gara bandita da Trenitalia, potrà raggiungere i 400 km/h e viaggiare su tutta la rete ferroviaria europea. La prima corsa commerciale, aperta ai viaggiatori, è prevista entro la fine del 2014.

Quanti militari o mercenari armati o pescatori in guerra attorno alla Lexie?

Quel mare da Far West. Chi spara per primo vince. Non c'è mercantile di valore tra i 23mila che ogni anno attraversano le acque tra l'Oceano indiano e il canale di Suez che non sia armato per autodifesa. Una missione navale antipirateria Nato, "Ocean Shield", e una dell'Unione europea, "Atalanta", e molto altro. Allora, 15 febbraio 2012, poco altro si sapeva. Con il dramma dei due pescatori scambiati per pirati e uccisi quasi certamente da bordo della petroliera Enrica Lexie, esplode il caso delle presenze armate a bordo delle navi mercantili. Scoprimmo allora che l'Italia aveva scelto la strada ufficiale. Nuclei Militari di Protezione, gli NPM in sigla, vale a dire i marò imbarcati sulla Lexie e coinvolti nella tragica vicenda. Da dubitare che nelle "Regole di ingaggio" dei fucilieri di marina imbarcati fossero contenute queste informazioni.

Nave greca e Contractors. La stessa notte dell'incidente che ha coinvolto la Lexie, anche la nave greca "Olympic Flair", nello stesso mare Kochi, denuncia un sospetto attacco di pirati. La curiosità del cronista spinge a qualche telefonata. Non serve molto ingegno. Telefonata satellitare al comandante della nave che si rifiuta di parlare. "Rivolgetevi all'armatore". Alla Olympic Shipping & Management S.A. di Atene, proprietà a Panama, tale signor Siganakis, responsabile sicurezza, è ancora meno gentile. Passo alle mail, inserendo la formula magica. Perché tanta reticenza? chiedo. "A meno che non si voglia nascondere la presenza bordo della Olympic Flair di personale specializzato della compagnia di sicurezza privata 'Diaplous Maritime Service' con armamento compatibile con quello dell'evento attribuito all'Enrica Lexie". Calibro Nato.

I segreti via Internet. Le notizie oggi basta volerle cercare senza neppure viaggiare troppo. E la "rivelazione" sulla Diaplous Maritime Service, che trovi con tanto di foto di bellicosi combattenti armati di Ak-47 o FN Mag, tutti calibro 5,56 Nato, apre le porte ad una ora cortesissima risposta. Divento "Dear Mr. Remondino" e vengo informato, tra l'altro che "No guns were used..", che loro non hanno sparato e, soprattutto che la 'cittadella' isolata di comando, come da norme internazionali da adottare nella zone di navigazione ad alto rischio, impiega guardie disarmate. "Citadel and employement of UNARMED -repeat UNARMED- guards to protect our vessel..". La maiuscole sono loro, a sottolineare che erano disarmati, quindi non hanno sparato. Disarmati? Poco credibile, ma notizia allora era morta. Ora semplice esempio di superficialità del Kerala.

"Disarmati" sino ai denti. Le regole, se ci sono. L'allora segretario di Stato Usa Hillary Clinton, nel 2011 lancia la nuova strategia dell'amministrazione Obama. "Promuovere l'utilizzo dei così detti 'Privately Contracted Armed Security Personel' sulle imbarcazioni mercantili". I famigerati "Pcasp" di Iraq e Afghanistan. Più chiaro ancora (novembre 2011) Andrew J. Shapiro, consigliere per gli affari politico-militari Usa. "Recentemente incoraggiato l'imbarco di team armati [. . .] il diffuso impiego di tali team su imbarcazioni commerciali è la principale ragione del declino del numero di azioni di pirateria che si concludono con successo". Tale consiglio, si precisa altrove, non costituisce una raccomandazione. Raccomandato invece l'impiego dei "Nuclei Militari Armati di Protezione", gli sfortunati Marò in missione NMP. L'Italia sceglie e pasticcia. 

Comando civile o militare? I militari possono operare sui mercantili privati in azione antipirateria grazie ad un decreto del luglio 2011. Gli armatori pagano alla Difesa per la protezione armata delle loro navi. Leggiamo che l'ex capo di stato maggiore della Difesa Vincenzo Camporini attribuisce proprio a quel decreto l'inizio della catena degli errori. Questione elementare del chi comanda. Certamente i comandante civile in navigazione, ma quando si spara? E il quesito chiave: la Lexie al momento dell'incidente naviga in acqua internazionali. Le autorità indiane ci provano e "Ordinano" alla Lexie di far rotta sul porto di Kochi. Certamente si aspettavano un bel "Bye bye", e invece. Chi ha deciso-ordinato alla Lexie di entrare nelle acque indiane? L'armatore, il comandante o qualche autorità marittima italiana con divisa e stellette? A Globalist questo risulta. 

Mercantili corazzati. In attesa che il ministro-ammiraglio Di Paola spieghi in Parlamento, un utile promemoria per spiegare cosa può voler dire navigare in quei mari, alcune disposizioni della International Maritime Bureau. 1. Sorveglianza rafforzata e visori notturni. 2. Struttura protettiva del ponte della nave. 3. Ricorso a barriere fisiche come filo spinato -notare il dettaglio- anche elettrificato. 4. Uso di cannoni idrici. 5. Utilizzo di allarmi quali sirene. 6. Manovre antiabbordaggio della nave. 7. Allestimento di cittadelle, aree protette dette "agghiaccio timone" dove blindare l'equipaggio ad abbordaggio avvenuto, mantenendo il controllo della nave. Sembra un vero e proprio manuale di guerra. E di guerra si tratta nella "High Risk Area". Nonostante l'India preferisca parlare di offesa diplomatica più che di pirateria non adeguatamente contrastata.

Oceano a mano armata. Segnalazioni marittime internazionali danno l'allerta sui "casi di criminalità marittima", furti a rapine per intenderci, su navi attraccate nelle rade del porti tra Kochi e Trivandrum. Navi ferme bersaglio della criminalità locale su imbarcazioni. Ma c'è di più. Da quelle parti è in corso una guerra marittima mai dichiarata ufficialmente. Diritti di pesca e di trivellazione per estrazione di petrolio tra India e Sri Lanka. Versioni contrastanti tra i due Stati, ma una cifra risulta certa: nel solo 2010 da parte indiana sequestrati 57 pescherecci singalesi e 322 pescatori. Lo Sri Lanka ha confiscato 29 pescherecci indiani e arrestato 144 pescatori. Solo nei primi due mesi del 2012 altri 112 incidenti con 605 uomini coinvolti. Persino le vacanziere Maldive arrestano 11 pescatori partiti dal Kerala. Morti in quantità. Il mare della Tortuga.

Pescatori combattenti. La stampa locale, sui suoi siti web, dà ovviamente la sua versione "nazionale", ma i fatti sono incontestabili. 1. Si parla di guerra del "Tonno", la preda privilegiata della pesca in quei mari, ma ci si combatte anche già visto per il petrolio nei suoi fondali. 2. A sparare in quei mari sono in molti, per molte ragioni, con armi diverse, ma quasi tutte col calibro privilegiato che gli specialisti conoscono come "5,56 Nato". Il calibro delle armi dei Marò, le mitragliatrici "FN Minimi" in uso di Italia, Grecia e Sri Lanka. Guarda caso. L'india preferisce l' "Insas", stesso calibro 5,56 Nato adattato sul datato ma universalmente noto AK-47 Kalashnikov. Un bel pasticcio insomma, in cui le indagini e gli accertamenti balistici avrebbero un ruolo decisivo sulla vicenda Lexie. Perizie mai rese compiutamente note e pretese blandamente.

Una polizia poco curiosa. Il giornalismo povero del web ha provato, come abbiamo raccontato, a ficcare in naso in giro. Le autorità marittime dello Stato di Kerala sono state meno curiose. E quelle italiane? Tanta diplomazia e pochi impiccioni. Nessuno ha raccolto dati sulle navi presenti attorno alla Lexie e all'affollato peschereccio St.Antony, con ben 11 persone a bordo? Chi c'era, oltre alla petroliera greca che ha denunciato un assalto a poche miglia dalla Lexie? Quanti pescherecci attorno? E qualche spiegazione in più sul contenzioso armato con lo Sri Lanka per la guerra del tonno e del petrolio. Pesa su tutto la morte di due pescatori. Doverosa la ricerca di responsabilità nel drammatico incidente, come già stava facendo il tribunale militare a Roma. Sulla vicenda pesa una forte percezione di torbido, come se tante manovre fossero fumo per nascondere.

L'Ammuina dell'ammiraglio. In attesa del dibattito parlamentare promesso dal governo uscente, la conclusione più centrata ci viene da un commento sul pezzo precedente fatto da Globalist. Scrive il nostro amico Federico Klausner dalla Svizzera: "L'Italia ha fatto l'idiozia iniziale: se davvero la Lexie si trovava in acque internazionali, non avrebbe dovuto seguire le navi da guerra indiane nè sbarcare i marò. Che sarebbe successo? sarebbe stata presa a cannonate? gli indiani avrebbero lanciato un arrembaggio? in ciascuno dei due casi avrebbero violato accordi internazionali. Invece abbiamo ordinato al capitano di seguirli docilmente, che in altre parole è come avere accettato la loro giurisdizione. Poi abbiamo indennizzato fuori tempo le famiglie delle vittime: è sembrato volerle comprare, non conoscendo affatto l'orgoglio dei poveri".

Conclusione e suggerimenti. Ancora Klausner. "Successivamente abbiamo provato la furbata di sottrarli, nonostante un impegno formale dell'ambasciatore al ritorno. Ancora sottovalutando l'orgoglio nazionalistico e le vicende politiche in cui l'episodio si è innestato. Ma è bastata la voce grossa dell'India e la minaccia di una rappresaglia economica per renderglieli con la coda tra le gambe. Però abbiamo ottenuto la garanzia della loro 'non condanna a morte'... Dilettanti allo sbaraglio [. . .]. In più, l'antico vizio italiano, per cui più dei fatti, niente affatto limpidi, contano le apparenze e le conseguenze "politiche". Ora, il ministro-ambasciatore Terzi ha molto da spiegare e da gustificare, ma altrettanto ci aspettiamo dal ministro-ammiraglio Di Paola, per sapere chi diede l'ordine alla Lexie di entrare nelle acque indiane. Salviamo la verità, non le carriere.



Ennio Remondino - Globalist.it

lunedì 25 marzo 2013

Biomarcatori per individuare vongole tossiche

Una nuova tecnologia innovativa che permette di individuare le vongole «a rischio» è stata messa a punto dall’Università di Padova. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Biomedicina comparata e Alimentazione dell’Università di Padova, guidati da Luca Bargelloni, in collaborazione con il Magistrato alle Acque di Venezia. La ricerca nasce dalla necessità di evitare di portare in tavola vongole tossiche che, ad esempio, la Regione Veneto ha varato una serie di direttive specifiche per regolamentare la pesca e la molluschicultura nella laguna di Venezia. Le attività industriali di Porto Marghera infatti continuano ad avere un forte impatto sull’ambiente lagunare, a causa della presenza di inquinanti persistenti che contaminano i sedimenti e gli organismi viventi. La raccolta di molluschi bivalvi per il consumo umano è infatti vietata in circa un terzo dell’area lagunare e sono stati imposti limiti restrittivi sulle concentrazioni di diossina rilevabili nel pescato fresco. La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista Molecular Ecology, ha studiato l’effetto degli inquinanti chimici nella vongola verace, una specie di grande interesse commerciale, e ha analizzato campioni prelevati in aree e periodi dell’anno differenti utilizzando una tecnologia innovativa che permette l’analisi contemporanea della risposta di migliaia di geni a diverse condizioni ambientali.
Finalmente un qualcosa che tuteli il consumatore dopo vari episodi di sequestro vongole veraci pescate in zone proibite.

La nave più lunga

Ha preso forma nei cantieri di Okpo-dong, in Corea del Sud, la Triple-E della Maersk Line, la nuova barca per trasporto di container che, con i suoi 400 metri, è ufficialmente la più lunga del mondo. In questo spettacolare time-lapse, realizzato in collaborazione con Discovery Channel, viene riassunta gran parte della sua costruzione attraverso 50mila foto scattate in 3 mesi. Il tutto condensato in appena 76 secondi

domenica 24 marzo 2013

Il ridicolo


Il ridicolo è un atteggiamento di sfida: dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna e alla nostra impotenza contro le forze della natura, se non vogliamo impazzire.

Charlie Chaplin

Il nuovo parlamento

sabato 23 marzo 2013

Luna Park nella centrale elettrica dei Pink Floyd

Guardi la centrale elettrica di Battersea, a Londra, e automaticamente pensi alle canzoni di Animals, l'album dei Pink Floyd del 1977 sulla cui cover campeggia proprio lo storico edificio londinese. Ma in futuro potrebbe non essere più così. C'è chi progetta, infatti, di trasformare la centrale che affaccia sul Tamigi in un parco giochi contraddistinto da altissime montagne russe. L'idea è del team svizzero Atelier Zündel Cristea, che con questo progetto ha vinto il primo premio del concorso "Museum of Architecture", organizzato dalla piattaforma web ArchTriumph.


progetto

progetto

copertina di Animals

Una "serra solare" che produce acqua potabile

Secondo la Water Development and Management Unit della Fao entro il 2025 1,2 miliardi di persone vivranno in regioni affette da grave scarsità d’acqua, e per due terzi della popolazione mondiale l’approvvigionamento sarà difficile. A soffrirne di più saranno le zone più povere e isolate, dove le grandi aziende produttrici degli attuali costosi impianti di desalinizzazione non hanno interesse a intervenire. L’aspirazione sarebbe quindi riuscire a dare acqua potabile a tutti, partendo dall’acqua di mare o da quella inquinata. Dal Burkina Faso fino al Perù, passando ovviamente per l’Italia, Paolo Franceschetti ha iniziato a sperimentare prototipi in giro per il mondo e a settembre spera di mettere sul mercato un prodotto standard, valido a tutte le latitudini. Ma è anche realista: «Per produrre grandi quantità di acqua potabile servono grandi estensioni di terreno dove installare i pannelli». Solwa, acronimo di solar e water, è infatti un sistema che depura l’acqua attraverso la radiazione solare: non fa altro che replicare il naturale ciclo di evaporazione e condensazione, sfruttando però alcuni accorgimenti di termodinamica per calibrare il tempo di ritenzione del liquido all’interno del sistema, ed evitare la formazione di sali. «Un altro trucco – prosegue il ricercatore – è quello di aspirare l’aria prodotta e reimmetterla, secca, con una ventola, nel sistema, in modo da rompere costantemente l’equilibrio del ciclo e accelerare il processo di evaporazione».
PROGETTO - Franceschetti, laureato in scienze e tecnologie per l’ambiente a Padova, l’ha messo a punto durante il dottorato di ricerca che sta concludendo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con specializzazione in energie rinnovabili e microgenerazione distribuita. «Nel frattempo ho fondato un’azienda, Solwa srl, per la commercializzazione del sistema», spiega. «I prototipi attualmente vanno da 1 a 12 metri quadrati, però in futuro puntiamo a offrire sia impianti piccoli, per uso domestico, sia sistemi di 100 metri quadrati, in grado di fornire acqua a intere comunità». In litri? «Un metro quadrato nei Paesi tropicali fornisce sui 10 litri al giorno. Sia da acqua salata, di mare, sia da acqua di falde inquinate».
 I LIMITI - Il limite è, appunto, la superficie necessaria per l’installazione dei pannelli. «Basti pensare che in Italia la media dei consumi è di 3-400 litri al giorno per persona, i conti sono presto fatti...». Il sistema però non ha costi di gestione rilevanti perché non richiede una manutenzione particolare, è ad alta efficienza ed è garantito dieci anni. Il prezzo? «Prevediamo di venderlo come singolo pezzo al metro quadrato intorno ai mille euro. Per impianti di più grosse dimensioni possiamo arrivare, con le economie di scala, a dimezzare il costo». Obiettivo principale sono le isole: «Secondo un nostro studio, risultano essere la collocazione più interessante per la mancanza della risorsa in loco e per gli altissimi costi di trasporto dalla terraferma».

venerdì 22 marzo 2013

TristeGram


E' nato TristeGram, si tratta di un blog sulla piattaforma tumblr il cui intento è quello di raccogliere immagini di oggetti abbandonati e desolati, che si possono trovare un po’ ovunque, per provare che la tristezza è sempre presente nelle nostre esistenze. Condividere tutto ciò che non fa ridere attraverso le immagini. E' ''TristeGram'', il blog di photo-sharing che colleziona le fotografie di rifiuti abbandonati e oggetti smarriti o deturpati. Come lo scheletro di una bicicletta attaccato a un palo. Tutto questo per dimostrare, con un certo umorismo social, che la tristezza è in ogni dove: ''Don't ignore tristesse, enjoy it''.

In Veneto Orientale l’autostrada digitale.

MM ONE Group, web agency con sede a Noventa di Piave (VE) e dislocamenti a Miami e Shanghai, da gennaio di quest’anno ha portato la fibra ottica a Noventa di Piave, superando con un investimento privato i ritardi infrastrutturali e le lentezze del settore pubblico soprattutto in campo tecnologico. Grazie a MM ONE Group, da Noventa di Piave potrebbe infatti partire la nuova autostrada digitale, la quale consente di connettersi alla rete con la Banda Ultra Larga, ovvero alla massima velocità possibile. Si tratta di un fondamentale passo in avanti verso il futuro digitale del Paese e di una straordinaria opportunità di crescita economica e infrastrutturale per un territorio, come quello del Veneto Orientale, da sempre considerato depresso dal punto di vista industriale. 
 Connettersi ad altissima velocità è ormai un passaggio obbligato per aumentare la competitività e incoraggiare la crescita delle imprese italiane, anche in settori innovativi come l’e-business. Lo sa meglio di chiunque altro MM ONE Group, web agency che da oltre 15 anni opera nel campo dei modelli di e-business, realizzando siti web, portali, piattaforme di e-commerce e di booking on line, ricerche di mercato e strategie d’impresa, e la cui produttività dipende in gran parte dalla velocità e dalla reattività con cui riesce autonomamente a fornire servizi Internet avanzati.
 Ecco perché, dopo tre anni di trafile burocratiche e più di un anno di lavori, MM ONE Group è riuscita a ottenere tutte le autorizzazioni necessarie per allacciarsi direttamente alla principale dorsale di fibra ottica del Nord Est, facendo dell’azienda il “centro stella” da cui potrebbero partire collegamenti derivati che consentono di estendere la Banda Ultra Larga a tutto il Veneto Orientale e di connettersi alla rete con capacità trasmissive virtualmente infinite, in ogni caso con una velocità di almeno 15 volte superiore a quella della comune ADSL, attualmente diffusa.
 L’iniziativa di MM ONE Group è in grado di generare vantaggi per la competitività e l’attrattività del territorio di grande portata. Non solo le imprese già presenti nel Veneto Orientale vedrebbero un abbattimento verticale dei costi e un conseguente aumento della produttività grazie all’utilizzo di servizi Internet e software avanzati (oltre alla possibilità di sviluppare il telelavoro e l’automazione industriale), ma anche nuove imprese e start up che stanno nascendo nel terziario avanzato potrebbero essere attratte da un territorio attrezzato dal punto di vista dell’infrastruttura tecnologica e vocato a configurarsi come un e vero e proprio “distretto del digitale”. Anche cittadini e amministrazioni locali potrebbero beneficiare di servizi innovativi, realizzando le cosiddette smart cities. Si pensi, per esempio, alla possibilità di digitalizzare le scuole e la Pubblica Amministrazione, di controllare il traffico e di gestire i parcheggi comunali in modo più efficiente, di implementare la rete Wi-Fi a banda larga nelle aree pubbliche e nelle località turistiche.
 «La credibilità per noi è fondamentale. La nostra azienda vanta un caveau di sicurezza di 400 metri quadrati sotto terra», sottolinea Cunial, general manager. Andato tutto a buon fine, da pochi giorni l’azienda è riuscita ad illuminare la fibra ottica. A questo punto, è in grado di affittare agli operatori (da Telecom a Vodafone o Wind o altri) l’infrastruttura e chiunque potrebbe collegarsi. «Una vera rivoluzione per un territorio considerato depresso dal punto di vista industriale », avverte il manager della MM One. Perché? «Perché le imprese vedrebbero un abbattimento verticale dei costi e un aumento di produttività e di funzioni. Si può usufruire di software di nuova generazione e gestire dati, informazioni e collegamenti come non si è mai visto». D’altra parte, si ampliano a dismisura le possibilità di video-conferenze, tele-lavoro, telefonia, solo per fare alcuni esempi. Vantaggi che potrebbero condividere anche le amministrazioni locali. «Si pensi alla gestione dei parcheggi e dei servizi, la video- sorveglianza, il sistema di wi-fi pubblico, le biblioteche digitali», continua Cunial. Non solo. E’ verosimile immaginare che si generino anche nuove aziende, soprattutto quelle che lavorano attorno a internet: agenzie di comunicazione, produzione video, audio, giochi on-line: «qui potrebbe sorgere un vero e proprio distretto digitale. Il profilo insomma è quello di una nuova rivoluzione industriale », aggiunge Cunial. Quello che si prospetta a Noventa di Piave è una punta di diamante in un paese dove la comune Adsl copre solo il 49% del territorio. L’Italia segna il passo in Europa sul fronte delle infrastrutture informatiche: siamo al ventiquattresimo posto, secondo Eurostat, prima di Slovacchia, Bulgaria, Grecia e Romania. Uno degli obiettivi dell’Agenda digitale europea è di trasmettere dati a 30 megabytes al secondo. Oggi con la Adsl si arriva a 7. Con la banda ultra larga si supera di 15 volte questa velocità. «Secondo l’Agenda digitale —conclude Cunial—solo realizzare la rete può far aumentare il Pil del 2%. Una volta installata, le opportunità di crescita volano. Noi siamo pronti».

giovedì 21 marzo 2013

Mangiare è un'attività a rischio

Intervista a Maria Caramelli, direttore dell'Istituto zooprofilattico del Piemonte da un post di Panorama.it.


Quando andiamo al supermercato pensiamo di sapere quello che compriamo, ma spesso è solo un’illusione. Il carrello della spesa può nascondere insidie che vengono svelate solo nel momento in cui partono i controlli, com’è successo per la carne di cavallo al posto di quella di manzo (solo per citare l’ultimo allarme). Le frodi alimentari non costituiscono, del resto, l’unico rischio che portiamo in tavola: dobbiamo fare i conti anche con contaminazioni microbiologiche e chimiche, con la presenza di batteri e virus patogeni (ricordate mucca pazza? E i germogli di soia?), con intossicazioni alimentari. Nei paesi industrializzati, ogni anno una persona su quattro si ammala per colpa del cibo.
Maria Caramelli, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta, di questi argomenti sa tutto, e ci ha appena scritto un libro: «Per non scoprirlo mangiando» (Instar libri, 93 pagine, 10 euro). Noi l’abbiamo intervistata.
Negli ultimi giorni siamo passati da un’emergenza alimemtare all’altra, dalla carne di cavallo alle torte con i batteri fecali... Il cibo di una volta era più sicuro, o è un’idea sbagliata?
I rischi microbiologici e chimici c’erano anche allora, per esempio quando non esisteva ancora il frigo per conservare gli alimenti in sicurezza; ma il cibo che si mangiava era più vicino a noi come provenienza, e il pericolo riguardava piccoli numeri, non ci si ammalava, come succede adesso, a migliaia di chilometri di distanza. Ora il rischio è maggiore perché è una conseguenza della globalizzazione, gli alimenti fanno una vera e propria odissea prima di arrivare alle nostre tavole. Oggi l’intera popolazione è esposta alle insidie alimentari. E il controllo degli alimenti è diventata una sfida più ardua. Il ragù o le lasagne con carne equina sono l’ennesimo esempio, hanno fatto almeno 5 o 6 passaggi prima di finire sui banconi del supermercato.
La carne di cavallo rappresenta un pericolo per la salute?
Può esserlo se proviene da cavalli non destinati al consumo umano perché utilizzati a scopi agonistici. Nei campioni analizzati c’erano tracce di un infiammatorio usato nelle corse ippiche, è stato proprio quello la spia che i cavalli erano a scopo agonistico. E lo stiamo ancora trovando, nei nostri controlli, in tutta Europa. È un farmaco che non viene usato nell’uomo perché ha pensati effetti collaterali.
Da dove vengono i cavalli macellati?
Sono in gran parte rumeni. I cavalli da corsa andrebbero tenuti in vita, come un parente, finché muoino e poi smaltiti con l’incenerimento. La carcassa dell’animale è accompagnata da una quantità impressionante di documenti, una montagna di carta che scoraggia chi possiede i cavalli nel momento in cui se ne deve sbarazzare. Non possono però essere macellati. L’animale che finisce nei nostri piatti deve essere inserito in un circuito legale di controllo.
Per la carne di cavallo però non è prevista la tracciabilità nell’etichetta, come mai?
L’unica carne di cui, al momento, è indicata la tracciabilità completa è quella per i bovini, gli unici che hanno un’anagrafe funzionante. Della carne di mucca che compriamo sappiamo tutto, da dove viene l’animale, dove è stato macellato... L’obbligo di indicarlo è stato preso in seguito all’epidemia di mucca pazza: come spesso avviene, le decisioni prese dopo le emergenze rendono migliori i prodotti.
Quella di mucca pazza è stata l’emergenza peggiore che lei ha sperimentato?
Sì, aveva tutte le caratteristiche di una crisi economica sociale, sanitaria e veterinaria senza precedenti. Ci si accorse, per esempio, che le mucche erano diventate cannibali perché si nutrivano della carne di altri ruminanti come le pecore. Ed era molto forte la paura nel comunicare il rischio per non creae panico, le autorità sanitarie europee continuavano a dire “tutto bene”, ma rassicurare a priori rischia di produrre sfiducia.
Entro il 2013 le farine animali, che sono state all’origine di mucca pazza, torneranno nell’alimentazione degli animali di allevamento, sia pure, per ora, solo per i pesci. Lei cosa ne pensa?
Siamo in un momento di ammorbidimento nei confronti delle misure anti-mucca pazza, e ritengo sia giusto così. Intendiamoci, per un bel po’ non si tornerà indietro, penso al cannibalismo per cui una specie mangia la carne di animali della stessa specie: una volta era un’abitudine consolidata. Oggi la situazione nei confronti di mucca pazza è tranquillizzante, la malattia è praticamente estinta.  Le farine di suini e polli destinate  ai pesci sono una fonte proteica importante, non rappresentano un rischio di encefalopatia spongiforme, perché dstruggerla? Bisogna trovare un equilibrio tra l’aspetto economico e quello sanitario.
Si fanno ancora i controlli per mucca pazza?
Da 1 marzo in Europa si fanno i controlli di base solo sugli animali a rischio, non su tutti quelli che arrivano in tavola. In Italia invece li stiamo ancora facendo sugli animali sani macellati.
Ma, dal consumo di farine animali, non potrebbe un giorno venir fuori un altro prione, non conosciuto e pericoloso?
Bella domanda. In effetti i ricercatori che studiano i prioni, agenti infettivi costituiti da proteine alterate, stanno studiando l’ipotesi che in alcune patologie, come la Sla,  l’Alzheimer o il Parkinson possano avere un ruolo proteine modificate.
Qual è, nelle varie fasi che accompagnano il percorso di unalimento fino alla tavola, quelle  più esposte al rischio di frodi o contraffazioni?
Ogni punto nella preparazione di un alimento è critico, e la responsabilità finale è sempre del produttore, in ogni fase. La catena alimentare è ormai irrimediabilmente troppo lunga per non esporre a rischi. E ogni anello deve essere considerato alla pari. Poi, dipende dal tipo di alimento: per i prodotti freschi e reperibili, le fasi più vulnerabili sono quelle legate alla distribuzione e alla vendita, per i prodotti molto lavorati è invece cruciale l’approvvigionamento delle materie prime.
Di cosa vi state occupando in questi giorni?
Fra le altre cose, dei cinghiali al cesio. Animali destinati all’alimentazione perché cacciati dai cacciatori, per fortuna ogni cinghiale  ha la sua scheda che il cacciatore riempie. Abbiamo quindi recuperato tutti gli esemplari di  cinghiali posiviti al cesio 137.
La contaminazione risale davvero alla nube di Chernobyl?
Il cesio 137 è tipico di Chernobyl e, in genere, degli incidenti nucleari. Tutti gli esperti concordano per l’ipotesi Chernobyl  perché non risultano altre fughe di materiale radioattivo, e in Piemonte ci sono una trentina di centraline Arpa: l’avrebbero segnalato. I radionuclidi o radiocontaminanti rimangono nel terreno per anni: si depositano negli strati superficiali, in tuberi, funghi e tartufi, l’alimentazione tipica dei cinghiali. Tutto il nord Italia, del resto, all’epoca fu coinvolto dalla nube di Chernobyl.
Nel suo libro, lei scrive che i controlli fatti in Italia sono all’avanguardia. Siamo sicuri?
Sì, i controlli italiani sul cibo  sono molto avanzati. Dovrebbero essere un modello più diffuso nel mondo. Da noi i servizi veterinari stanno sotto il Ministero per la salute, proprio perché la priorità è la salute del consumatore; in altri paesi, come la Gran Bretagna, non è così. Altra cosa d’eccellenza è il numero di servizi veterinari pubblici, circa 5 mila, che sono in tutte le Asl. Infine, gli istituti zooprofilattici sono una realtà solo italiana: sono dieci, fanno centinaia di milgiaia di analisi ogni anno e rappresnetano una rete di controllo unica in Europa.  

Per ridurre i rischi
-Usare l’etichetta: anche se non può dire tutto, fornisce notizie specifiche sull’alimento che stiamo acquistando.
-Assicurarsi che la confezione sia integra (è una barriera contro l’ingresso di microrganismi).
-Per i prodotti freschi e deperibili, evitare il più possibile sbalzi termici durante il trasporto.
-È fondamentale mantenere la catena del freddo: le basse temperature riducono la crescita della maggior parte dei batteri.
-Per i cibi preparati a casa, occorre impedire contaminazioni reciproche (che possono trasferire batteri da un alimento crudo a uno cotto).
-Cruciale l’igiene: lavare le mani con sapone prima di cucinare e dopo aver toccato alimenti crudi (soprattutto carne e pesce). Lavare sempre accuratamente le superfici di lavoro.

Get Lucky


Mark Knopfler - Get Lucky from Mehmet SAYGILI on Vimeo.


I'm better with my muscles
Than I am with my mouth
I worked the fairgrounds in the summer
And go pick fruit down south
And when I'm feel them chilly winds
Where the weather goes I follow
Pack up my traveling things go with the swallows
And I might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some
I wake up every morning
Keep on eye on what I spent
Gotta think about eating
Gotta think about paying the rent
I always think it's funny
It gets me everytime
I wonder about the happiness and money
Tell it to the breadline
But you might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some
Now I'm rambling through this meadow happy as a man can be
Think I just lay me down under this old tree
On and on we go through this old world of shuffling
If you got a truffle dog, you can go truffling
But you might get lucky now and then
You win some, you might get lucky now and then
You win some

mercoledì 20 marzo 2013

Usa, la miglior lettera di sempre di un padre al figlio gay

"So che sei gay da quando avevi sei anni e ti amo da quando sei nato", questo un breve stralcio della lettera che il padre ha scritto al figlio omosessuale, dopo averlo sentito di nascosto al telefono che raccontava al suo compagno l'intenzione di fare coming out con la sua famiglia. Gli ha levato un peso, lo ha anticipato e tranquillizzato, lo sapeva già da tempo. Nel post scriptum aggiunge: "Io e mamma pensiamo che tu e Mike siate proprio una bella coppia"


Trenitalia, la raccolta dei rifiuti a bordo diventa "differenziata"

Treni liguri ancora più ecologici: la raccolta dei rifiuti a bordo diventa “differenziata”. L’operazione è curata dalla Direzione Regionale Liguria di Trenitalia, in collaborazione con le imprese Fulgens e Compass, appaltatrici e responsabili delle attività di pulizia. Contestualmente agli interventi di pulizia, dall’inizio del mese gli operatori procedono a selezionare e raccogliere in modo differenziato i rifiuti trovati a bordo, destinandoli alle isole ecologiche temporanee installate negli impianti ferroviari. Gli stessi sono poi trasferiti e riposti definitivamente nelle aree predisposte dalle società di smaltimento dei rifiuti urbani. Dall’inizio di marzo a oggi sono stati smistati, quotidianamente, circa 400 chilogrammi di carta e 200 chilogrammi di plastica che, mensilmente, significano 15 tonnellate di rifiuti trattati con criteri tali da trasformarli da problema in risorsa. Dopo aver coinvolto i dipendenti alla raccolta differenziata negli uffici, Trenitalia è tra le prime imprese ferroviarie in Europa ad aver avviato la raccolta differenziata anche sui treni.

martedì 19 marzo 2013

Just a bunch of penguins, being penguins

Caffè e tè contro ictus e Alzheimer

L'uomo è ciò che mangia, ma anche ciò che beve. Il consumo regolare di caffè, o in alternativa tè verde, per esempio ha dimostrato di avere un'ottima azione anti-ictus. A rivelarlo è uno studio unico nel suo genere svolto in Giappone su un campione di oltre 83mila individui e pubblicato sulla rivista Stroke, dell'American Heart Association.
 Chi beve regolarmente una delle due bevande ha un rischio di ictus ridotto del 20-30 per cento. Gli esperti hanno seguito i soggetti per 13 anni dividendoli in gruppi in base al loro consumo di tè verde o di caffè. Pur considerando tutti i fattori potenzialmente confondenti (stili di vita, età, sesso ecc.), è emerso che una tazza di caffè al giorno riduce il rischio ictus di circa il 20% e di ictus emorragico di oltre il 30%. Lo stesso fattore di riduzione si ha consumando tre tazze di tè verde al giorno. E' possibile che l'azione anti-ictus sia esercitata rispettivamente dall'acido clorogenico (antiossidante del caffè) e dalle catechine (antiossidanti con azione antinfiammatoria del tè). Yoshihiro Kokubo del Centro Nazionale Nipponico Cardiovascolare e Cerebrale, autore della ricerca, ipotizza che bere entrambe le bevande amplifichi ulteriormente l'effetto anti-ictus di ciascuna dando una protezione rinforzata. E sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences un'altra ricerca dà conto dei potenziali benefici del tè verde, o meglio dei suoi estratti, nella lotta a un altro grande nemico della salute del cervello: l'Alzheimer. Uno studio multidisciplinare ha infatti dimostrato che una molecola contenuta nel tè verde, l'epigallocatechina gallato (EGCG), sarebbe in grado di impedire la formazione di quelle placche proteiche, di Beta Amiloide, che sono alla base della malattia di Alzheimer. Nelle prove di laboratorio l'EGCG non solo impediva la formazione di queste strutture aggregate di proteine, ma era in grado di "spezzare" quelle già formate e contenenti metalli, specialmente rame, ferro e zinco. Insieme ad altri flavonoidi contenuti in prodotti naturali, è riconosciuto da tempo all'EGCG un forte potere antiossidante. Il prossimo passo, spiega Mi Hee Lim, alla guida dell'equipe multidisciplinare che ha condotto lo studio, sarà quello di modificare la molecola e testarne la capacità di interferire con la formazione di placche in un modello animale, il moscerino della frutta.
panorama.it - marta buonadonna

lunedì 18 marzo 2013

Laura Boldrini, la voce degli ultimi

La voce degli ultimi entra in Parlamento. Senza retorica. Perché a portarla è Laura Boldrini, eletta presidente della Camera dei deputati, che accanto agli ultimi ha passato buona parte della sua vita, con il suo impegno nella Fao, poi nel World food programe e infine, per più di vent'anni, come portavoce dell'Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni unite. La sua elezione ha dato immediatamente il segnale di un cambiamento: una donna, alla prima legislatura e anche alla prima esperienza politica (con Sel) assume la terza carica dello stato con semplicità e orgoglio, ma consapevole delle difficoltà in cui si trova il paese. Con un discorso chiaro e breve, dove tutte le parole erano soppesate, ha ricordato tutti coloro che più soffrono: gli esodati, i cassintegrati, i detenuti, le donne che subiscono le violenze spacciate per amore, i nostri cervelli in fuga, gli imprenditori che più soffrono la crisi, le vittime della mafia, i giovani senza nome annegati nel mar Mediterraneo. Tra i diritti ha ricordato quello della cittadinanza. Le necessità di combattere la povertà e non i poveri. Laura Boldrini impegnandosi a fare della Camera la casa della buona politica ha ribadito il proprio rispetto per le istituzioni e in particolare per la costituzione che, ha detto, «è la più bella del mondo». Una carta costituzionale che ha recepito quei principi che «sono stati costruiti fuori da qui con la lotta al fascismo». In un momento così difficile per il futuro del nostro paese, con l'incertezza sul governo, la nuova presidente della camera oltre che alla buona politica ha affidato la speranza al sogno di realizzare un'Europa sul disegno tracciato da Altiero Spinelli. Riuscirà Laura Boldrini nel suo intento? Molto dipende da quanto sapranno rinnovarsi le nostre istituzioni, ma la sua elezione è già una cesura. Che ci fa sentire meno estranei al parlamento, alla politica. È come se avesse spezzato la ritualità di procedure che fino a quel momento si erano consumate secondo la tradizione. E noi che avevamo assistito alla prima giornata di votazioni che non segnavano nessuna novità nei risultati, mentre il chiacchiericcio di politici e giornalisti (anche loro succubi della ritualità del palazzo) faceva crollare ogni fiducia nella possibilità di cambiamento, abbiamo ritrovato la speranza. La stessa irruzione dei grillini seguiva un copione già scritto dal guru Casaleggio, senza nessun gesto di ribellione o originalità. A rompere questa agonia, che sembrava caratterizzare la diciassettesima legislatura prima ancora di nascere, è stata l'elezione alla presidenza di Laura Boldrini, senza clamori ma con grande umanità. La stessa che ha dimostrato nel soccorrere il mondo a parte dei rifugiati.

Giuliana Sgrena - Globalist.it

Furto auto in 15'' netti...

Il furto dell'auto è stato fulmineo. In 15 secondi sono riusciti ad aggirare l'allarme, spaccare il finestrino, metterla in moto e fuggire via.

domenica 17 marzo 2013

Volontariato, ambiente e cultura, 1.700 stazioni in comodato per attività sociali

Attività sociali dedicate a progetti socialmente utili nell’ambito del volontariato, dell’ambiente e della cultura troveranno ospitalità in circa 1.700 stazioni della rete ferroviaria nazionale. Lo prevede l’accordo siglato oggi a Roma dalla Capogruppo Ferrovie dello Stato Italiane e da Rete Ferroviaria Italiana con CSV (Centri Servizio Volontariato), Legambiente e Associazione Turismo Responsabile. Il Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, infatti, metterà a disposizione in comodato d’uso i locali e gli spazi di circa delle stazioni impresenziate, quelle controllate e gestiste a distanza da sofisticati sistemi tecnologici e informatici e nelle quali non è più necessaria la presenza di personale ferroviario. Il protocollo (durata quattro anni, rinnovabili) prevede che i locali di stazione non più utilizzati per attività ferroviarie saranno destinati a progetti d’inclusione sociale per soggetti a rischio, ma anche per attività di protezione civile, iniziative culturali e di valorizzazione storica e ambientale. Il Gruppo FS Italiane ha già concesso 450 stazioni in comodato d’uso gratuito ad associazioni di volontariato e Comuni affinché siano avviati progetti socialmente utili. Il protocollo è stato siglato a margine del Convegno europeo “WORK in Station”, progetto promosso dalle Ferrovie dello Stato Italiane assieme a Ferrovie francesi e belghe con l’obiettivo di utilizzare le stazioni come punto di partenza per il reintegro nel mondo del lavoro delle persone senza fissa dimora. Il disagio sociale, che non nasce nelle stazioni, trova infatti in esse l’accoglienza e l’assistenza che è mancata fuori. Il progetto, iniziato un anno fa e finanziato dalla Comunità Europea con uno stanziamento di 350mila euro, si è avvalso nel nostro Paese dell’esperienza maturata dagli Help Center, il primo grande progetto di solidarietà realizzato dal Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, in collaborazione con gli Enti locali e il Terzo Settore, per affrontare e contrastare i fenomeni di disagio sociale presenti nelle stazioni ferroviarie italiane. Fino ad oggi gli Help Center hanno realizzato su tutto il territorio nazionale quasi 200mila interventi di assistenza ed orientamento sociale.

naturaitalia.it, portale su biodiversita' per scoprire ricchezze penisola

Arriva sul web il portale www.naturaitalia.it, un sito realizzato dal ministero dell'Ambiente per informare i cittadini e dare risposta alle domande sul patrimonio di biodiversita' italiano e su come contribuire a tutelarlo. Il portale contiene due sezioni principali: 'Vivi le aree naturali' e 'Scopri la biodiversita''.


sabato 16 marzo 2013

Laura, loft girl - 2° parte

Sempre da LaRepubblica.it il seguito al post precedente.

" A seguito della nostra inchiesta sulla prostituzione sono arrivati molti commenti dai lettori, alcuni hanno criticato aspramente la scelta di chi fa la escort per vivere, altri l'hanno accolta con più indulgenza. L'intervista a Laura ha suscitato molto interesse e reazioni, così la ragazza ha deciso di scrivere una lettera per spiegare le sue ragioni. La pubblichiamo integralmente"

 "Innanzitutto, specifico che non ho rilasciato l'intervista per vanità o per pubblicità (altrimenti avrei dichiarato il mio nome da escort per consentire agli interessati di trovarmi), ma perché ci tenevo a raccontare il mio personale punto di vista sul mondo delle "accompagnatrici". A mio giudizio, è un universo fatto di poche (finte) luci e molte (vere) ombre, di tante lacrime amare ben nascoste sotto la maschera dei sorrisi che sfoderiamo e degli abiti sexy che indossiamo. Di sicuro, esistono signore e signorine che sono ben felici di svolgere questa professione. Buon per loro, ma io sono diversa! L'etichetta di "principessa sul pisello" senza sale in zucca e zero voglia di lavorare non mi appartiene, per questo rimango ferita da chi spara sentenze dopo il superficiale ascolto di 6 minuti d'intervista, da cui è impossibile capire gli avvenimenti sfortunati che mi hanno costretta al mio attuale percorso. Non oso paragonarmi alle povere donne vittime di tratta (ci mancherebbe altro!), ma nel mio piccolo anche io sono una vittima. Figlia di un paese il cui governo anziché emanare leggi per sviluppare l'occupazione, mortifica l'intelligenza di tanti giovani (e non solo), ostacolandoli nell'espressione delle loro capacità, spesso a vantaggio dei "figli di", relegando chi non ha "santi in paradiso" a lavoretti precari, con stipendi miseri! Per 5 anni ho sperimentato sulla mia pelle tutto questo. 800 euro in nero per 10 ore in piedi dentro un negozio, senza condizionatore d'estate e senza riscaldamento d'inverno. Facile immaginare che dovendo pagare un affitto salatissimo per una camera, ben poco mi rimaneva in tasca. Ho addirittura sfiorato l'anoressia perché dopo la seconda settimana del mese, già non avevo più denaro per un pasto decente tutti i giorni e così, ad un certo punto, dopo due battaglie sindacali per ottenere qualche diritto, ho detto basta e mi sono incamminata su questo percorso per sole ragioni di lucro. Non ho certo la presunzione di ritenermi l'unico essere umano in Terra ad aver subito ingiustizie, né scrivo mossa dalla ricerca di pietà. So bene che non tutte le donne, malgrado impieghi saltuari e mal retribuiti, arrivano a prostituirsi per incrementare i propri scarsi stipendi, ma è sempre perché hanno un'alternativa, un aiuto da parte di amici, di parenti. Io non avevo e non ho nulla oltre me stessa. Ciò nonostante, prima di maturare questa decisione estrema ho cercato per circa 3 mesi qualunque tipo di occupazione. Ho consegnato i miei curricula ovunque, anche "porta a porta", ma ho ricevuto solo tanti "le faremo sapere"! Sono arrivata al punto che non potevo più aspettare, perché stavo per essere sfrattata. Quando non hai genitori alle spalle che possono sostenerti in difficoltà simili, cosa ti resta? Io provengo da una famiglia povera, che già a 16 anni ero io ad aiutare con qualche lavoretto. Quindi, la mia non è stata per nulla una "scelta" facile! Ero stanca di avere fame, di non aver soldi nemmeno per curare una cistite e soprattutto, ero stanca delle avances del capo (schiavista) di turno. Ritengo molto "meglio" (di certo non bello, divertente o giusto) donarsi ad un uomo per denaro, che concedersi al boss per mantenere il posto di lavoro! Ci sono alcune donne che accettano tali compromessi solo perché così mantengono l'apparenza da "signora per bene", la professionista da lodare e rispettare, ma lo schifo della sua "scelta" è identico allo schifo della mia "scelta", con la differenza che da escort la mia umiliazione è molto ben pagata. Quello che faccio però, non identifica quello che sono. I miei incontri (non tutti ma la maggior parte) sono "stupri" a cui il mio corpo acconsente, ma che il mio spirito subisce. Nessuno mi regala i soldi, li devo guadagnare interpretando i loro desideri che solo a volte corrispondono ai miei, ma non sono certo Julia Roberts in "Pretty Woman" e loro non sono Richard Gere! La mia vita non è un film romantico e quasi ogni uomo "mi ruba" qualcosa. Piccoli, grandi "tasselli" di me che forse non riuscirò mai più a ritrovare. E' il rovescio della medaglia ! E' il caro prezzo che pago per ottenere gli agognati soldi. Resisto solo grazie all'amicizia con alcuni clienti (meritevoli di affetto molto più di tanti fidanzati del passato) e grazie alla consapevolezza che non sarò "una bambola in vendita" per il resto della vita! L'obiettivo è di guadagnare una cifra consistente non per vivere di rendita, ma per non essere costretta ad accettare di nuovo qualsiasi impiego perché ho bisogno di mangiare. La disperazione spinge ad accettare situazioni di sfruttamento inammessibili, a piegare la testa di fronte ad ingiustizie palesi. In futuro, voglio essere libera di scegliere un lavoro perché mi piace, non perché ho estrema necessità di guadagnare. Purtroppo, la mia adorata Italia è una Nazione colma di ipocriti ed è "normale" che io venga attaccata per la mia "scelta" dagli stessi individui che poi telefonano per incontrarmi, dagli stessi personaggi che predicano la moralità, i valori, che frequentano la chiesa e poi, nel buio della mia camera, per 20 secondi di piacere, rinnegano tutto quello in cui affermano di credere alla luce del giorno! Questi "signori" che in televisione, sui quotidiani, via internet esortano al sacrificio, allo studio, all'impegno, sono gli stessi che creano quelle disgraziate condizioni che possono costringere una persona ad accettare di "sporcarsi" per sopravvivere. Parafrasando la grande Anna Magnani in un noto film: "Sono stufa dell'onestà! Qua si sta morendo di onestà!". Negli sguardi di alcun e nei commenti che ascolto o leggo in giro sui giornali e sul web, emerge un disprezzo spaventoso verso chi esercita il mestiere più antico del mondo. Come se dicessero: "Fai la prostituta. Che stima posso avere di te?". La donna che sposa il ricco di turno per farsi mantenere a vita, quella invece come si chiama? Trionfo della falsità! Io ho tantissimi difetti, ma non accetterei mai di sposare un uomo che non amo solo perché ricco. Il mio cuore non è in vendita. Questo, è uno dei miei valori assoluti! A quanti sostengono che una escort dovrebbe pagare le tasse, rispondo: dovrei versare parte dei miei soldi ad uno Stato che non riconosce la mia attuale professione? C'è un enorme buco legislativo in merito all'argomento. Lo Stato non ha alcun diritto di pretendere denaro da una prostituta, visto che non la considera una lavoratrice. Questa "caccia alle streghe" è insensata. L'evasione fiscale è quella di medici, professori, negozianti (lavoratori riconosciuti dalla legge italiana) che non emettono scontrini e fatture. Il prezzo del meretricio è un indennizzo per la "violenza" subita dal nostro corpo, dalla nostra mente e dalla nostra anima e gli indennizzi non sono tassabili!"

Laura, loft girl - 1°parte

Arrivata a Roma nel 2005 con la speranza di trovare un lavoro, Laura, 27 anni, si è dovuta accontentare per anni di lavori precari e sottopagati. Dopo lo scandato delle escort di Berlusconi, si è incuriosita riguardo al fenomeno e, mossa dalla disperazione e dalla voglia di riscatto, ha pubblicato un annuncio su un popolare sito di incontri sessuali. Oggi guadagna dai cinque mila euro in su al mese. Ma ammette: "Questo lavoro ti toglie molto di più di quanto ti dà" (LaRepubblica.it)

venerdì 15 marzo 2013

Verdure preconfezionate

Interessante post di Marta Albè dal portale greenme.it.

 Abbiamo realmente bisogno di acquistare gli ortaggi già tagliati e confezionati presenti tra gli scaffali del supermercato? Si tratta di una tipologia di prodotti acquistati nell'illusione di risparmiare tempo e denaro e per ragioni di presunta praticità. In realtà, il più delle volte, il loro acquisto determina un ingiustificato dispendio di denaro, anziché garantire il tanto agognato risparmio, oltre a condurre alla scelta di alimenti più poveri di nutrienti rispetto ai corrispondenti prodotti interi, dalla provenienza il più possibile locale e non industriale. Ecco alcuni spunti di approfondimento riguardanti le motivazioni per evitare di acquistare ortaggi pronti per essere consumati, senza dimenticare la questione packaging e rifiuti.

 1) Hanno una maggiore impronta di carbonio Spesso pensiamo alla possibilità di ridurre l'impatto ambientale degli alimenti che portiamo sulle nostre tavole insita nella scelta di prodotti a chilometri zero, che abbiano compiuto la minore distanza possibile per giungere fino a noi. Un altro importante aspetto relativa all'impronta di carbonio dei nostri cibi riguarda i loro processi produttivi. Prima del trasporto, frutta, verdura, legumi e altri alimenti di provenienza industriale passano attraverso numerose fasi generatrici di emissioni di Co2 e di sprechi idrici ed energetici, come lavaggi che possono prevedere l'utilizzo di sostanze disinfettanti, irraggiamento per la distruzione dei batteri, refrigeramento, che può essere necessario sia durante il trasporto che nel corso della permanenza nei magazzini. La loro produzione a livello industriale richiede elevati consumi energetici, dovuti all'impiego di macchinari utilizzati per disinfettare, affettare e confezionare gli stessi. Mediante l'acquisto di ortaggi interi e sfusi tutto ciò viene evitato in gran parte, o del tutto se essi provengono direttamente dal nostro orto o da un mercato contadino della nostra città.

 2) Non sono sempre piu' puliti L'avrete certamente notato, nel caso vi sia capitato di acquistare degli ortaggi già affettati, o comunque privati delle parti solitamente considerate di scarto e dunque confezionati: non sempre gli ortaggi confezionati sono così puliti come ci si aspetterebbe. Non di rado tra porri, finocchi e cespi d'insalata può capitare di intravedere della sporcizia che è necessario eliminare prima del loro consumo, costringendovi ad un ulteriore spreco di acqua, rispetto a quanta non ne sia già stata utilizzata per la loro pulizia, seppur non perfetta, prima del confezionamento industriale. Proprio all'interno dell'industria alimentare non sono poi così rare le contaminazioni batteriche. La lunga conservazione degli ortaggi, soprattutto se fuori stagione, può provocare il rapido sviluppo di muffe, che a volte possono presentarsi già a poche ore dall'acquisto, insieme a marciumi. Anche da questo punto di vista, meglio affidarsi a prodotti di stagione, il meno possibile trattati industrialmente e di provenienza certa. Di regola, anche gli ortaggi già puliti, tagliati e confezionati andrebbero comunque lavati prima dell'utilizzo, in modo da eliminare non soltanto tracce di sporcizia ma anche da contrastare eventuali residui di pesticidi presenti sulla loro superficie.

 3) Sono piu'cari La comodità si paga, ecco la verità, e costa cara. E' sufficiente confrontare il prezzo di una confezione di insalata in busta con quello di un bel cespo di lattuga per rendersi conto di come scegliendo di non "perdere tempo" per pulire e sminuzzare la propria insalata, si sia però costretti a pagare di più per una quantità di prodotto decisamente inferiore e che tende a deteriorarsi più facilmente, oltre che comunque bisognosa di essere lavata e risciacquata ancora una volta prima del consumo, per una maggiore sicurezza. Il caso dell'insalata in busta è soltanto uno dei tanti esempi in proposito. Pensate ad esempio alle confezioni di carote già tagliate a bastoncini o alle confezioni di piccole parti di ortaggi vendute come verdure essenziali per la preparazione del minestrone. In linea generale, acquistando ortaggi interi si risparmia, se prendiamo in considerazione il prezzo al chilo. Scegliendo ortaggi biologici – ormai non sempre molto più cari rispetto agli ortaggi convenzionali, e gratis se provenienti direttamente dal proprio orto – il risparmio sarà ancora maggiore, poiché si potranno consumare senza problemi anche bucce, gambi e foglie commestibili, evitando ogni tipo di scarto.

 4) Non sono altrettanto salutari Ortaggi e frutta confezionati e pronti per essere consumati possono essere considerati come un alternativa più salutare rispetto alle classiche merendine, nel momento in cui ci si trova alla ricerca di uno spuntino spezzafame. Ciò di cui a volte non si tiene conto in un simile paragone riguarda il fatto che l'esposizione all'aria ed alla luce degli ortaggi e della frutta, una volta affettati o privati della buccia, può compromettere il contenuto nutritivo degli stessi. Una volta che un frutto o un ortaggio ricco di vitamina C viene affettato, per tale vitamina e per altri nutrienti, come il betacarotene, prende il via un processo di degradazione, che contribuisce ad impoverire tali alimenti. Rappresenta dunque una soluzione migliore preferire frutta ed ortaggi interi, da sbucciare ed affettare al momento. Del resto si tratta di operazioni che richiedono pochi minuti e sarà la salute a guadagnarne. 

 5) Hanno piu' imballaggi Attraversando le corsie del supermercato è molto semplice accorgersi del quantitativo esorbitante di imballaggi impiegati da parte dell'industria alimentare non soltanto per ragioni di sicurezza ed al fine di proteggere gli alimenti, ma anche semplicemente a scopo pubblicitario ed al fine di attirare i consumatori verso l'acquisto di un determinato prodotto. Frutta e verdura sono alimenti sani di per sé, non necessitano di spot pubblicitari che ne esaltino le qualità nutrizionali, eppure le esigenze attribuite ai consumatori moderni hanno portato alla creazione di confezioni di ortaggi già affettati e pronti all'uso, avvolti in un packaging sovrabbondante, costituito da pellicole trasparenti, vaschette di plastica o di polistirolo, linguette e scatolette in cartone che non possono che contribuire ad aumentare giorno dopo giorno i rifiuti accumulati quotidianamente da parte di ogni cittadino e di ogni famiglia. Ecco dunque un ulteriore ed ultimo motivo per evitare il più possibile l'acquisto di ortaggi e frutta affettata e confezionata. Meglio scegliere prodotti interi e da affettare una volta giunti a casa, così da poter risparmiare dal punto di vista economico, guadagnare un maggior apporto nutritivo per quanto concerne il mantenimento di una buona salute attraverso l'alimentazione e contribuire a ridurre la quantità di materiali di scarto prodotti da destinare alla raccolta dei rifiuti.