lunedì 2 settembre 2013

Le teste false di Modì

Un articolo pubblicato da Marco Gasparetti sul Corriere.it mi ha riportato indietro negli anni, ve lo propongo:

"E così saranno trent’anni, il prossimo anno. Tre decenni da quel leggendario 24 luglio del 1984, il giorno dell’improvvida draga che fece partorire dalla melma dei Fossi Medicei le prime due false teste di pietra serena, una delle quali “scolpita” con un trapano elettrico da quattro (poi diventati tre), studenti universitari livornesi. Da allora le statue (tre in tutto) della più sorprendente, fantastica e pedagogica beffa intentata alla casta dei critici d’arte, marciscono all’ombra di umidi magazzini comunali. Ma adesso qualcosa si sta muovendo: i tre ex studenti burloni ribadiscono pubblicamente che, se le teste saranno esposte finalmente, rinunceranno ogni pretesa di possesso. E’ una buona notizia, perché come sostengono i critici d’arte, le teste dovrebbero stare in un museo o nella casa natale del pittore come esortazione all’umiltà e al senso critico. Chissà, forse anche “Modì” ne sarebbe contento. Sostiene Pietro (e il nome sembra una coincidenza del Cielo) che quelle pietre «non sono teste di struzzo e, io e i miei compagni da tempo chiediamo che siano esposte. Non vogliamo neppure un centesimo e se ci saranno guadagni devono finire nelle casse comunali». Pietro ha anche un cognome, Luridiana, è un informatico di 49 anni, sposato con tre figlie che gestisce un negozio di computer a Livorno. E’ uno dei ragazzi della burla (gli altri sono Michele Ghelarducci, che si occupa di spedizioni internazionali, Francesco Ferrucci, oncologo dell’équipe di Umberto Veronesi, e Michele Genovesi, economista, che però dopo aver scolpito la testa lasciò il sodalizio e oggi vive in Svizzera) e da allora non ha mai smesso di sognare per la sua “testa” e le altre due scolpite dall’artista Angelo Froglia morto nel 1997 a 42 anni, una degna collocazione. «Solo perché sono convinto, come del resto gli altri miei compagni, che le pietre della beffa siano una risorsa per Livorno – spiega -, un esempio unico nella storia dell’arte (anche se non sono pezzi d’arte) e nessuno capisce, neppure all’estero, per quale motivo siano tenute nascoste». Sulla beffa di Modì sono stati scritti saggi, prodotti video e inchieste giornalistiche dei più importanti media mondiali. Un documentario trionfa nella libreria dei film d’autore di iTunes, il grande store mondiale della Apple, con decine di migliaia di acquirenti, altre inchieste e reportage sono nel palinsesto dei più importanti network internazionali per il prossimo anno, la celebrazione del trentennale. E a Livorno le teste stanno al buio, quasi sotto terra, come gli struzzi appunto. Perché Pietro Luridiana? «Domanda posta alla persona sbagliata – risponde -. Chiedetelo al Comune. Due anni fa parlai con l’assessore alle Culture, Mario Tredici, e mi disse che si sarebbe impegnato per esporre le teste. La stessa promessa l’aveva fatto il suo predecessore. Nulla è successo. A Tredici, un po’ per provocazione e un po’ sul serio, avevo proposto di esporle nel nuovo acquario di Livorno. In una vasca con l’acqua dei Fossi e qualche muggine, a costo zero e, ne sono sicuro, con un sacco di visitatori disposti a pagare il biglietto». 
 Certo, un museo o la casa natale di via Roma 38, sarebbero luoghi migliori, come sostengono autorevoli critici d’arte come Tomaso Montanari, allievo di Salvatore Settis e docente all’universitario alla Federico II di Napoli. Una ventina d’anni fa un museo, quello di Lugano, riuscì a convincere l’amministrazione labronica ad averle in prestito per una mostra. Fu un successo. Partirono anche da Livorno per rivederle. «C’ero anch’io – ricorda Luridiana in un’intervista al Corriere Fiorentino – e fu uno shock. Come molto emozionante fu la visita alla tomba di Amedeo al cimitero di Père Lachaise a Parigi. Ci ero già stato da ragazzo, quella volta per onorare Jim Morrison, il leader carismatico dei Doors. Davanti alla sepolcro di Modì e di Jeanne Hébuterne, la sua compagna anche nella morte (si uccise il giorno dopo la scomparsa del pittore ndr) l’emozione è stata grande». Da informatico Pietro ama la logica. E dunque parla di suggestione. «Certo, non può essere che stato questo meccanismo psicologico a farmi sentire in comunanza con Modì – racconta -. Livornesi incompresi, io e lui. Lui tragicamente da genio, nella sua città ma anche a Parigi (prima della morte), io bonariamente e allegramente per uno scherzo che andò al di là di ogni mia, nostra aspettativa. Non volevamo smascherare nessuno, noi ragazzacci burloni, solo divertirci a guardare di nascosto qualche massaia che avrebbe ammirato per poco tempo la nostra opera fino a che gli esperti non avrebbero dato il loro verdetto di falsità. E invece…». 
E invece i critici, i più blasonati nell’olimpo della critica molto monopolizzata allora ideologicamente, avallarono la sconsiderata ipotesi (che ovviamente compiaceva chi quelle ricerche le aveva decise e disposte) della autenticità e sprofondarono in quella melma dalla quale le Teste erano affiorate. Non solo. Mentre la Livorno della gente se la rideva spassosamente, specchiandosi in tv con quei “ragazzacci”, il Palazzo mostrava insofferenza e lanciava strali verso gli autori della burla «borghesi, figli di papà», fascisti, persino. «Fu l’Unità, organo del partito di maggioranza che governava la città, a fermare questa deriva – ricorda Luridiana – con un bell’articolo che diceva le cose come stavano: noi eravamo solo studenti burloni e un gruppo di critici d’arte aveva sbagliato. 
Non c’era nessuna ipotesi di lotta di classe. Sorrido ancora oggi. Io mi considero di sinistra da sempre e comunque, lo ripeto, quel gesto era lontano dalla politica e dall’ideologia anni luce. E oggi, con grande umiltà, torno a chiedere che le Teste tornino a vedere la luce». Una richiesta forte che pare abbia tornato a smuovere le acque del Palazzo. La Grande Burla fa parte della storia dell’arte e delle vicende legate ad Amedeo Modigliani. Ed è anche un lampo di genio di una città, Livorno, che da sempre vive d’ironia. Aprite le segrete, prego, le Teste sono di tutti ormai."

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