mercoledì 11 dicembre 2013

....ecco la mia vita

Mi chiamo Giuseppe Cutrò, ho 23 anni; apparentemente uno studente come gli altri, per chi non mi conosce. Si, apparentemente, poiché a differenza dei miei coetanei sia per andare in università che per uscire vengo seguito dai Carabinieri che mi scortano. Un ragazzo di 23 anni con la scorta e non è un politico? Sarà raccomandato! No, purtroppo non è poi una cosa facile. Ho una scorta perché sottoposto ad un programma di protezione per Testimoni di Giustizia. 

Testimone, non collaboratore, già perché nel nostro Paese si tende a riconoscere le due categorie come un'unica cosa. I Testimoni infatti, sono persone che normalmente non provengono da ambienti malavitosi per come avviene invece per i "pentiti", ma occupanti normali posizioni nel tessuto economico e sociale, spesso impegnati in attività imprenditoriali. Costoro sono spesso vittime delle organizzazioni criminali e assumono il ruolo di testimoni dopo aver subito estorsioni o aver assistito a eventi criminosi, fornendo le loro testimonianze nei processi scaturiti da tali reati. Mio padre ha permesso, grazie al suo aiuto e le sue testimonianze, di portare in carcere e fare condannare alcuni esponenti della criminalità organizzata locale. Ma cosa accade una volta che sulla tua persona ricade un'esposizione a rischio elevata? Nel nostro ordinamento esistono due alternative, o cambi nome e abbandoni per sempre le tue origini o rimani a casa tua e continui a combattere. 

Noi abbiamo scelto la seconda possibilità. Anche se a differenza degli altri ragazzi, figli di Testimoni, non ho subìto un cambio di identità, credo di poter parlare anche a nome loro. Innanzitutto, purtroppo non solo per questo, subisci per i crimini a danno dei tuoi cari e ti trovi lì, impotente a non poter fare null'altro per assisterli maggiormente. Già, perché quando la mafia, anche con mano invisibile, viene a bussare alla tua porta, non è che siamo quasi a Natale e ti porta doni. Ti porta mezzi incendiati, danneggiamenti ai cantieri, lettere anonime, cartucce dietro la porta, bottiglie incendiarie, lumini funebri e tanti altri strumenti di danneggiamento o intimidazione. E quindi un ragazzo, o una ragazza cosa può fare se non subire con i suoi genitori e dare un minimo di coraggio? Ti trovi di fronte a due situazioni: tuo padre vuole proteggerti, tu vuoi che non succeda nulla a tuo padre. In questi casi, quando sei immerso fino al collo dalla paura, prevale l'istinto; l'istinto ti fa fare la cosa giusta: denunciare. Al mio paese ci hanno addossato tanti nomignoli, dallo sbirro all'attore, poi c'è chi esplicitamente afferma che abbiamo rovinato l'immagine del paese, chi poi sostiene che non è niente vero e che la popolazione ci è stata vicina; questa non è colpa loro, ma responsabilità di un sentimento chiamato paura. 

Se tuo padre denuncia, e ti trovi in Sicilia, i tuoi amici scappano; le persone che tu ritenevi care, spariscono dalla sera alla mattina. Già, perché è più rispettoso portare solidarietà e vicinanza al boss e la sua famiglia, ma per terrore. Non sostengo che i miei compaesani siano tutti mafiosi, non sia mai, ma hanno solo paura e queste scelte le abbiamo fatte noi, loro stanno vivendo un film; solo alcuni ho visto dietro la mia porta. L'unica famiglia che ti rimane acanto è lo Stato. La Magistratura, le Forze dell'Ordine, ed altri organi con cui dovresti avere a che fare. Ma cosa significava essere un ragazzo prima della scorta? Sicuramente, io ho iniziato a vivere queste situazioni a 16 anni e, vivevo i miei rapporti, le mie amicizie ancora, ancora ma quando uscivo e rientravo a casa, soprattutto se si era fatto buio non erano bei momenti. Sei sempre con il fiato sul collo, anche perché in un primo momento combatti contro un nemico invisibile, capace a tutto per tutelare i propri interessi. Ricordo che la Magistratura, in una lettera, scrisse alla Prefettura di Agrigento di adottare delle misure di protezione per mio padre e la sua famiglia già nel settembre del 2008, ma all'epoca fu attribuita la protezione solo a mio padre. Di sicuro in quel momento materializzi che, anche a seguito delle ordinanze di custodia cautelare in carcere dei soggetti imputati, su di te si è acceso un bersaglio. 

Non potendo arrivare a tuo padre, possono avvicinare te. Poi nel 2011 è arrivata anche per noi la protezione, qualcosa è cambiata; sostanzialmente ti sposti con dei carabinieri armati che ti devono proteggere durante i tuoi spostamenti. Ma se hai una scorta, chi la dispone, si comporta come quando la deve organizzare ad un pezzo dello Stato o politico? Beh, diciamo che cambia qualcosa se sei figlio di Testimone di Giustizia. In tutte le scorte andrebbero impiegati mezzi idonei e personale qualificato, a seguito di un lungo corso di addestramento - che non tutti superano-, ma spesso non accade. Non dobbiamo dilungarci troppo nel discorso, basta fare riferimento a pochi giorni fa: "Studio in una città, dove c'è proprio un reparto specializzato a fare le scorte, arrivano altre personalità, e che personalità, quindi sul tuo servizio verranno impiegati carabinieri che mai hanno fatto un servizio di protezione, per impiegare "gli specializzati" su dei servizi più importanti. Non tanto per me, per chi proteggono, ma in caso di pericolo questi militari anche più piccoli di me, non saprebbero dove mettere le mani e rischiando la loro di incolumità. E perché farli rischiare? Comunicatemi direttamente che devo uscire da solo in quel giorno perché arrivano persone "importanti", almeno rimango a casa tranquillo e protetto "fai da te". Ho incontrato tante brave persone nell'arma, ci mettono la loro vita, ma come in ogni famiglia numerosa ognuno ha le sue aspettative e magari vista la tua giovane età sono convinti che puoi sottostare ad alcuni regimi inventati sul momento: "Ho gli stessi diritti di qualsiasi altro scortato- mi verrebbe da dire". 

Alcune delle motivazioni, che in confidenza mi sono state riferite nel tempo, sui servizi dei Testimoni di Giustizia è che possono gestirli come voglio perché un Testimone oltre a sfogarsi su facebook, mica può arrivare alle alte cariche come politici. Quindi chi ti teme? Non sei nessuno, un cittadino che ha fatto il proprio dovere ma "un politico per me è più importante" mi fu riferito da un comandante dell'arma. Da tre anni che ci hanno sottoposti al sistema di protezione ma, mai e ribadisco mai, nessuno che rappresenta le istituzioni mi ha chiamato per chiedere cosa accade ad un ragazzo con la scorta o quali possono essere gli interventi per migliorare questo tipo di approccio. Ad esempio, mia sorella visto che è una ragazza potrebbe avere delle ragazze a proteggerla ma una volta nel confrontarmi con un capitano, scherzosamente indicandomi un militare, mi riferiva: "possiamo mettere una parrucca a lui per avere una donna". Quanto meno, non potendo impiegare una donna mantenete lo stesso personale, le stesse facce; no, sui nostri servizi non possono essere predisposte squadre fisse come gli altri, a volte per il numero di gente che vedo in una settimana mi sembra d'avere a che fare con un ufficio di relazioni con il pubblico. Sono piccole cose, che se non sei figlio di chi comanda non avrai mai. 

Intaccano la tua privacy, semplicemente ti spezzano; tante volte sembrano piccolezze ma quello che facevo in un giorno, durante le mie esigenze e magari i miei incontri con a seguito i carabinieri A e B, l'indomani mi veniva raccontato da C e D, tendi a chiuderti in te stesso, i tuoi spazi vengono invasi. Spesso anche nelle Prefetture, trovandomi a fare delle richieste come tutti gli altri potrebbero fare, ti trovi a sentire ma lei ha una situazione particolare, quasi a dire che sono figlio di pentito, e se ne lavano le mani, giusto, si, anche i pezzi dello Stato non comprendono la differenza a volte tra pentito e testimone, fregandosene dei tuoi problemi e portandoti a riflettere. Bisognerebbe fare una campagna informativa del ruolo che assume il Testimone di Giustizia nella società, giusto per eliminare l'ignoranza. La gente ha voglia di cambiamento, ma se tutti ci troveremo uniti in questa lotta, di certo non avrei io la scorta, ma quella persona collusa che durante gli spostamenti carcere-tribunale verrebbe invaso dai cittadini con striscioni che ridicolizzano la mafia ed i loro comportamenti da codardi: il nostro Paese ancora, deduco che non sia pronto. 

Tante volte ho incontrato nuovi ragazzi, ho fatto nuove conoscenze ma non appena notavano che non ero solo accanto a loro, magari non me lo dicevano capendo cosa facevano, ma vedevo nei loro occhi che si trovavano a disagio; queste scene sono abituati a vederle solo nei film per come mi ha confessato una ragazza. Qualcuno provi a mettersi nei nostri panni, qualcuno inizi a vedere le cose con i nostri occhi o ci tenga semplicemente in considerazione chiedendo cosa accade ai figli dei Testimoni di Giustizia, cambierà anche il suo modo di vedere le cose e forse comprenderà lo stato di abbandono e disagio in cui viviamo. Nessuno vuole riconoscimenti, o esigere la pietà, vogliamo solo essere gente normale per le scelte normali che abbiamo fatto senza essere ritenuti merce di scambio.
*figlio di Ignazio, testimone di giustizia di Bivona (Agrigento)

Globalist.it

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