venerdì 21 marzo 2014

La laurea «breve»? Non esiste

Aiuto, ci si è allungata la laurea breve! Altro che i tre anni previsti dalla riforma Berlinguer: per diventare dottori oggi ci vogliono in media 5 anni e un mese. In media. Il che vuol dire che siccome c’è anche chi si laurea in corso (uno studente su tre, per la precisione), gli altri due terzi ci mettono ben di più: sei, sette anni solo per portare a termine il primo ciclo che, per competenze acquisite, non è certo paragonabile alle lauree del vecchio ordinamento. E comunque, pur fuori corso, parliamo di pochi fortunati: il tasso di abbandono è infatti pari al 40%. Sono questi solo alcuni dei dati, i più eclatanti, contenuti nel rapporto sullo stato del sistema universitario e della ricerca presentato oggi a Roma dall’Anvur, l’ente di valutazione degli atenei italiani. Vediamoli nel dettaglio.

Matricole allo sbando Per tre studenti su dieci il primo anno è un anno buttato via: il 15% delle matricole rinuncia del tutto al sogno della laurea; un altro 15% si accorge di aver “toppato” strada ma ci riprova iscrivendosi a un altro corso universitario. Un dato drammatico che mostra la difficoltà del passaggio scuola-università: da qui l’importanza, anzi l’urgenza, di potenziare l’orientamento negli ultimi anni di scuola superiore.

 Lauree triennali contro lauree a ciclo unico In controtendenza, i dati relativi alle lauree a ciclo unico ad accesso programmato, in particolare Medicina. Qui il tasso di abbandono dopo il primo anno è bassissimo (l’8,6%) mentre in facoltà aperte a tutti, ma a basso tasso motivazionale, come Sociologia e Scienze Politiche, si aggira attorno al 20 per cento. Decisamente migliore anche il tempo di percorrenza medio per il conseguimento del titolo a 6 anni (7 anni e 4 mesi) con una percentuale di fuoricorso pari al 33,4% (contro il 42% delle lauree triennali). Un argomento a favore del numero chiuso pensato non già come uno strumento crudele di selezione darwiniana ma come un modo per orientare i ragazzi nella scelta dell’università. Se ti prendi la briga di studiare duro per passare il test di medicina è facile che la tua motivazione (e anche la preparazione di base che hai dimostrato di possedere) ti porti avanti negli studi.

 Forbice Nord-Sud In generale il sistema universitario italiano, come già quello scolastico, si caratterizza per una chiara frattura fra Nord e Centro-Sud. Al Nord ci sono sensibilmente meno abbandoni dopo il primo anno (12,6% contro il 17,5 del Sud) e il percorso è più spedito: «solo» 4 anni e mezzo per la laurea triennale (al Sud ci mettono un anno in più!). Dati speculari per i laureati in corso: al Nord va decisamente meglio (più di quattro su dieci), mentre al Sud sono delle vere e proprie mosche bianche (poco più di due su dieci). Il che spiega, almeno in parte, la fuga dagli atenei del Sud degli studenti meridionali più volonterosi (e con più mezzi): uno su 4 si iscrive in un ateneo del Centro o del Nord.

 Lauree magistrali Solo uno studente su due (il 55%) , terminato il primo ciclo decide si iscriversi alla laurea magistrale, ma anche in questo caso i dati variano moltissimo a seconda del corso di laurea: nel caso di Matematica e Fisica il tasso supera l’80%, il che vuol dire che la laurea triennale è (quasi) carta straccia. Al Sud poi la percentuale è sensibilmente più alta che al Centro e al Nord (60,3% contro 50,9% e 52,5%): il sospetto è che la scelta sia condizionata più che dalla forte motivazione a proseguire gli studi, dalla mancanza di opportunità di lavoro. In generale, gli iscritti alle lauree specialistiche “corrono” di più (in media ci mettono 2 anni e 8 mesi per compiere il percorso biennale) e hanno un tasso di successo maggiore.

 Prima e dopo la riforma Nell’ultimo decennio, dalla riforma Berlinguer in poi, il numero dei laureati è salito considerevolmente, passando da 161 mila nel 2000 a 210 mila (magistrali esclusi) nel 2011. Ma lo scarto con i nostri vicini (e rivali) europei non si è ridotto: 22,3% di laureati tra i 25-34enni contro una media Ue del 35,3%. Nel tentativo di spiegare le ragioni del ritardo italiano il rapporto Anvur si sofferma su due “anomalie” del nostro sistema. Primo, la scarsa attrattività delle nostre università per gli adulti: i cosiddetti immatricolati «maturi», quelli con almeno 25 anni, sono appena l’8% del totale contro un valore Ue del 17% . A disincentivarli, ha contribuito anche il drastico ridimensionamento degli incentivi per gli studenti lavoratori imposto dall’ex ministro Mariastella Gelmini (che ha quasi azzerato la possibilità di riconoscere i crediti formativi maturati sul luogo di impiego). E poi la mancanza di corsi universitari a carattere professionalizzante (la cosa più simile da noi sono le scienze infermieristiche) che altrove, in particolar modo nell’altro grande Paese manifatturiero dell’Unione, la Germania, fanno la parte del leone. Ma, a voler ben vedere, un’altra «anomalia» è quella della spesa pubblica per l’università: il confronto con la media Ocse è impietoso (-3o% in rapporto al numero degli studenti, -37% in rapporto al Pil). Dal 2009 a oggi i tagli ammontano a 1 miliardo. Tra le ricadute più drammatiche, quella sul diritto allo studio. Le borse a favore di studenti privi di mezzo scarseggiano sempre di più: il tasso di copertura è passato dall’86% a un drammatico 69%. E questo sicuramente pesa sul calo (percentuale) di immatricolazioni degli ultimi anni.

 Dopo la laurea Nonostante le difficoltà strutturali e congiunturali, la laurea continua a offrire migliori prospettive occupazionali e migliori guadagni del diploma, anche se il vantaggio relativo è minore che in altri Paesi europei. Un dato interessante, segnalato dal rapporto Anvur, è quello relativo alla differenza fra redditi da lavoro dipendente e autonomo: mentre nel primo caso il vantaggio si attesta per i laureati attorno al 25%, nel secondo si è quasi annullato. Una spiegazione possibile potrebbe risiedere nella forte incidenza di forme di lavoro atipico come collaborazioni e contratti a progetto, particolarmente diffuse nelle professioni intellettuali.

La ricerca Se già i soldi per l’università son pochi, quelli per la ricerca sono ancora meno. Si è detto e ridetto che a pesare negativamente è soprattutto la scarsità di investimenti privati: un misero 0,52% del Pil, la metà della media europea e lontano anni luce dall’1,8% della locomotiva tedesca. Ma il rapporto ci tiene a sottolineare quanto pesino anche i pochi decimi di punto di scarto fra spesa pubblica italiana e media Ocse (0,52% del Pil contro una media Ocse dello 0,7%). In termini percentuali è pochissimo, ma in termini assoluti corrisponde a tre miliardi di euro, cioè circa un terzo del finanziamento pubblico totale.

 Il turnover dei docenti In chiusura, un ultimo dato allarmante: quello relativo al numero dei professori. Tra il 2008 e il 2013, in seguito al blocco del turnover, il corpo docente (che a partire dalla riforma dei concorsi del 1998 aveva attraversato una lunga fase di espansione) si è ridotto del 15%, tornando sui livelli di inizio anni 2000. Se i docenti manterranno la stessa propensione al pensionamento osservata nell’ultimo anno, tra il 2014 e il 2018 si ritireranno oltre 9.000 docenti di ruolo. Con numeri simili, sarà necessaria l’immissione in ruolo di un gran numero di docenti (circa 1.800 all’anno) a meno di non voler mettere a repentaglio l’assolvimento del carico didattico (e di ricerca) e la tenuta dell’intero sistema universitario.

Orsola Riva - Corriere.it

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