venerdì 28 marzo 2014

«La Pec l’abbiamo inventata noi»

L'acronimo è Pec. E lo conoscono perfettamente tutti gli imprenditori, i professionisti e (teoricamente) le pubbliche amministrazioni. È la posta elettronica certificata: una casella e-mail disciplinata dalla legge (al pari di una raccomandata con ricevuta di ritorno) che garantisce l'autenticità del mittente e del contenuto. L'obiettivo dichiarato è quello di ridurre i costi postali a carico delle aziende e dello Stato e di rendere più facile la vita degli imprenditori e dei professionisti che devono comunicare con gli uffici pubblici. Dieci anni fa la Pec doveva essere una vera e propria rivoluzione, tanto che l'allora ministro dell'Innovazione Lucio Stanca l'aveva lanciata in pompa magna e il suo collega alla Pubblica amministrazione Renato Brunetta qualche anno dopo l'ha resa obbligatoria. A beneficiare della nuova tecnologia però non sono stati solo i professionisti e le imprese (anche se molti uffici pubblici non sono proprio così attrezzati e spesso, invece di facilitare le comunicazioni, si creano confusioni e contenziosi), ma anche Aruba, una delle più importanti aziende fornitrici di servizi internet del Paese, che ha venduto finora tre milioni e mezzo di caselle di posta elettronica certificata tra i 5 e i 40 euro per un giro d'affari di circa 20milioni. Tutto regolare? Pare di no. Perché, a sentire due ingegneri mestrini, Federico Renier e Pierluigi Virgili, il sistema di certificazione usato dalla posta elettronica venduta da Aruba l'avrebbero inventato loro e quindi almeno una parte di quei soldi dovrebbero finire nei bilanci della loro società, la piccola Kp Twelve. La faccenda però sembra avere risvolti un po' più complessi di un'eventuale e semplice violazione della legge sulla proprietà intellettuale. Nel 2001, dopo avere regolarmente depositato e registrato all'ufficio brevetti il sistema di certificazione della posta elettronica e fatto richiesta per l'estensione del brevetto a livello europeo, i due allora giovanissimi ricercatori (che non avevano soldi per fare grandi investimenti) avevano inviato tutto il pacchetto con le specifiche tecniche all'Ibm e ad altre società informatiche per sviluppare l'applicazione del progetto. Nella sede dell'Ibm ci sono anche andati di persona. Hanno fatto alcuni incontri con i vertici del colosso informatico fino a quando non sono stati liquidati con un fax: «La nostra società non è interessata a sviluppare il vostro brevetto». Niente da fare, insomma. Fino al 2005. Quell'anno, precisamente l'11 febbraio, l'ex amministratore delegato dell'Ibm Lucio Stanca, nominato al vertice del ministero dell'Innovazione da cui dipendeva l'ufficio brevetti, presenta la legge sulla posta elettronica certificata in cui sono descritte nel dettaglio il tipo di verifiche da fare per assicurare l'autenticità del mittente e del contenuto. E qui i due ingegneri mestrini saltano sulla sedia due volte: una prima volta perché il sistema di certificazione descritto dalla legge (cioè quello voluto dal governo italiano) coincide perfettamente con quello che hanno brevettato loro, una seconda volta perché a produrlo non è la loro società, bensì un'altra: il gigante Aruba. Renier e Virgili però si riprendono subito dal colpo. Fanno due conti di quanto spetterebbe loro (diciamo qualche milione di euro) e scrivono una lettera di fuoco al colosso dei servizi informatici, allegando la documentazione del brevetto che a quel punto è stato riconosciuto anche in tutta Europa. Aruba però risponde picche: «Non stiamo usando il vostro brevetto. Arrivederci». La vicenda quindi finisce in tribunale a Venezia. «Nonostante ci fosse un brevetto depositato e registrato, il ministero che aveva in capo la responsabilità dei brevetti ha elaborato una normativa che ha scopiazzato il sistema di Renier e Virgili. Aruba lo ha poi commercializzato», dicono gli avvocati Alessio Vianello e Lorenzo Boscolo, che assistono i due ingegneri. Aruba, ovviamente, si è opposta, I giudici però, carte alla mano, hanno ritenuto plausibile la causa e quindi l'hanno accolta. Ora inizia lo scontro in tribunale tra gli ingegneri mestrini e il colosso informatico. (Corriere del Veneto)

Nessun commento: