lunedì 7 aprile 2014

Nuova vita per l'Eni di Porto Marghera

La Marina militare italiana e quella Usa hanno scelto la bioraffineria dell’Eni per rifornire di combustibili “bio fuel” i motori delle loro navi che solcano i mari. Si tratta di una miscela (metà olio vegetale e metà gasolio) che abbatte le emissioni inquinanti in maniera considerevole. Ieri, nella raffineria Eni di Porto Marghera che entro questo mese sarà riavviata per produrre, intanto, biodiesel per autoveicoli, è stato siglato un accordo di collaborazione per sviluppare assieme progetti e sinergie sulla produzione e l’utilizzo del gasolio verde. L'accordo è stato firmato dal segretario della Marina americana, Ray Mabus, e dal Capo di Stato maggiore della Marina militare italiana, ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
«La collaborazione», ha spiegato Ray Mabus, «rientra nei progetti italiani legati ai limiti sulle emissioni inquinanti, stabiliti in sede europea e per le omologhe azioni decise dal presidente Barack Obama che ha stabilito, per Marina e marines, l'indipendenza dal combustibile convenzionale per il 50% entro il 2020».
La Marina italiana ha già sperimentato con successo il carburante bio sul pattugliatore “Foscari”, che ha navigato utilizzando solo il 50% del carburante tradizionale di origine fossile mentre l'altra metà “verde”.
La marina Militare italiana ha in programma la costruzione di 10 nuove navi, a partire da quest’anno e nell’arco dei prossimi 7, con serbatoi polivalenti. Nei prossimi mesi, Marina militare Usa e Italiana, insieme ai ricercatori dell’Eni, affineranno le tecnologie di combustione ottimale del biocarburante che in una prima fase utilizzerà olio ricavato dalla spremitura di frutti di palma provenienti da piantagioni asiatiche certificate e sostenibili e non da nuove piantumazioni che comporterebbero ulteriori deforestazioni.
L’olio di palma - è stato assicurato anche ieri - potrebbe essere sostituito nel prossimo futuro da olio di microalghe (sperimentate a Gela) o scarti animali e olio di frittura già usato. Con queste prospettive di produzione per il settore militare - che si aggiungeranno alla produzione di biodiesl per autoveicoli fino a 300 mila tonnellate all’anno - tutto cambia.
Gli stessi sindacati dei chimici di Cgil Cisl, Uil, presenti ieri alla firma dell’accordo, si sono detti soddisfatti per «una scelta che riapre finalmente una prospettiva di sviluppo nuova e promettente per la chimica veneziana».
Il destino della piccola raffineria veneziana dell’Eni, infatti, sembrava segnato. I costi fissi per raffinare il petrolio e produrre combustibili per la rete di distribuzione di Eni erano troppo elevati e si produceva in perdita pur di vendere il prodotto in un mercato mondiale, come quello dei combustibili, in forte flessione. Per riportare in pareggio i costi di produzione, la benzina prodotta in loco avrebbe dovuto essere venduta a 3 centesimi in più al litro, rispetto ai prezzi di vendita dei carburanti già raffinati che arrivano a Venezia e vengono venduti dai concorrenti. Oltretutto, Eni di raffinerie in Italia ne ha ben 5 e la chiusura di quella di Venezia sembrava ormai scontata. Ma grazie al settore Ricerca, sviluppo tecnologico e progetti di Eni - come ha spiegato ieri il vicepresidente, Giacomo Rispoli - i vertici di Eni hanno capito che con un investimento contenuto (130 milioni di euro) sarebbe stato possibile, con un’adeguta e innovativa tecnologia che Eni ha già brevettato, riconvertire la raffineria di petrolio alla produzione di biocombustibili con un taglio delle emissioni inquinanti del 90%. Con queste prospettive i 180 dipendenti rimasti in forza nella raffineria veneziana possono finalmente tirare un sospiro di sollievo. (LaNuovaVenezia)

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