venerdì 16 maggio 2014

Camille Lepage

Camille Lepage ha ottenuto il suo diploma in giornalismo all’Università inglese di Southampton neanche due anni fa, ed subito è partita per l’Africa. Prima il Sud Sudan, poi la Repubblica Centrafricana. «Non posso sopportare che certe tragedie passino sotto silenzio semplicemente perché nessuno riesce a tirare fuori soldi da queste storie — aveva detto lo scorso ottobre in un’intervista al blog di fotografia PetaPixel —. Ho deciso di dedicarmi io stessa a fare un po’ di luce, costi quel che costi». La 26enne fotoreporter francese è stata assassinata, ha annunciato ieri sera il presidente François Hollande. Il suo corpo è stato trovato in Centrafrica, nella regione di Bouar, dai soldati francesi della missione Sangaris che avevano fermato un’auto dei miliziani cristiani «anti balaka». Camille Lepage da alcune settimane viaggiava con gli «anti balaka» per raccontare degli scontri con i combattenti musulmani «seleka».
 È morta durante una delle violente sparatorie degli ultimi giorni. È un paradosso crudele, per Camille innanzitutto, che la Repubblica Centrafricana torni all’attenzione dell’Europa grazie alla sua morte, più che in virtù degli eventi spaventosi che lei voleva denunciare: per esempio le 13 persone rinchiuse in una casa e bruciate vive, sabato scorso a Dissikou. Ma la fotoreporter ha comunque svolto un lavoro eccezionale che è stato apprezzato, comprato e pubblicato da alcuni tra i più grandi media del mondo. Camille Lepage voleva fare un po’ di luce e ci è riuscita immediatamente, anche se era appena agli inizi della professione. «Aveva una vera vocazione, voleva raccontare le sofferenze della popolazioni di cui non si parla e che sono in pericolo», ha raccontato ieri sera la madre Maryvonne Lepage alla radio Rtl, senza piangere, poco dopo la notizia dell’uccisione. «Sapevo che correva dei rischi. Tutti i giorni avevo paura, ma mi dicevo che dovevo abituarmi. Una madre deve lasciare che i figli seguano la loro strada, non potevo fare altro che sostenerla. Si spera sempre che non succeda, ma adesso Camille fa parte delle centinaia di giornalisti uccisi ogni anno. L’inchiesta domandata dal governo francese? Non mi importa, quel che so è che mia figlia non c’è più». Nel novembre 2013 due reporter di Radio France International, Ghislaine Dupont e Claude Verlon, sono stati rapiti e assassinati a Kidal, in Mali. Altri due giornalisti francesi, Yves Debay e Olivier Voisin, erano stati uccisi all’inizio del 2013 in Siria. Secondo Reporters sans frontières, sono 31 i giornalisti assassinati dall’inizio del 2014. L’intervento francese nella Repubblica Centrafricana è stato deciso dal presidente Hollande nel novembre scorso per scongiurare un genocidio che sembrava imminente. Il crollo definitivo di uno Stato che è sempre rimasto debole, dalla decolonizzazione dell’imperatore Bokassa in poi, ha provocato una serie di stragi interetniche e interreligiose. Dopo la missione in Mali, di contrasto ai terroristi islamici di Aqmi, la Francia ha proseguito con la sua politica interventista: criticata da molti come espressione dei soliti riflessi neocolonialisti, difesa da altri perché è riuscita a limitare almeno la dimensione dei massacri. Le truppe francesi dell’operazione Sangaris cercano di difendere la popolazione civile dai «seleka» in prevalenza musulmani, sbandati e sconfitti, ma anche dalla vendetta delle milizie cristiane, dette «anti balaka» perché si oppongono ai machete (balaka in lingua sango) dei musulmani. «Camille scattava foto, pensava di fare il suo dovere ed è senza dubbio caduta in una trappola — ha detto il presidente Hollande in una pausa della sua visita a Tbilisi, in Georgia —. C’è ancora un’enorme violenza in Centrafrica. Per fortuna le truppe francesi sono sul posto. Altrimenti sarebbe una carneficina». (27esimaora.corriere.it/)

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