martedì 2 settembre 2014

Suicidio assistito

È chiamato «turismo suicida». Ha come meta quasi obbligata la Svizzera, zona franca nel cuore dell’Europa (ma anche a livello mondiale) per l’eutanasia medicalmente praticata o per il suicidio assistito. E i numeri confermano. I viaggi con questo obiettivo verso la Svizzera da altri Stati europei sono mediamente raddoppiati in 4 anni (da 2009 a 2012). Ed è più che quintuplicato il «turismo suicida» dall’Italia nello stesso periodo: da 4 a 22 pazienti, per lo più assistiti dall’associazione Exit. È quanto emerge da un’indagine pubblicata oggi sul Journal of medical ethics (edito dal British medical journal). Sono soprattutto inglesi e tedeschi, colpiti da malattie neurologiche (dalla Sclerosi multipla alla Sclerosi laterale amiotrofica, al Parkinson) coloro che trovano risposta al loro desiderio di fine vita trasferendosi nella Confederazione Elvetica. Anche in Olanda una legge consente sia l’eutanasia sia il suicidio assistito, ma limitato ai residenti. Difficile quindi il turismo di fine vita nella terra dei tulipani quando la Svizzera lo prevede e lo favorisce. 
Il maggior numero da Germania e Gran Bretagna L’indagine, che deve far riflettere, è stata condotta da Saskia Gauthier dell’Istituto di medicina legale dell’università di Zurigo, utilizzando tutti i dati sui decessi assistiti eseguiti in Svizzera riguardanti cittadini residenti in altri Paesi. In tutto ne sono stati eseguiti 611 tra il 2009 e il 2011, oltre la metà su donne. 
La provenienza? Da Germania (268) e Gran Bretagna (126) quasi i due terzi del totale. Poi da Francia (66), Italia (44), Stati Uniti (21), Austria (14), Canada (12), Spagna e Israele (ciascuno con 8). I numeri italiani sono quintuplicati nel periodo preso in esame dalla Gauthier: da 4 malati a 22. Più che raddoppiati quelli francesi: da 7 a 19. Migliorare le cure palliative I ricercatori di Zurigo sostengono che il fenomeno del turismo suicida ha aperto seri dibattiti in Germania, Gran Bretagna e Francia, le principali sorgenti di questo tipo di turismo. Ma, sostiene Alison Twycross - curatore della rivista Evidence based nursing, altra pubblicazione edita dal British Medical Journal – «c’è da chiedersi se non sia meglio migliorare i servizi per le cure palliative, piuttosto che tentare di modificare la leggi che vietano i suicidi assistiti». 
Il dibattito in Italia, invece, è in corso da anni senza molte apparenti vie d’uscita. «L’eutanasia è un diritto che va affrontato. Non si possono ignorare casi come quello del regista Mario Monicelli che a 95 anni si è buttato dalla finestra di un ospedale. Un finale ignominioso per un uomo di cultura che ha finito la sua vita in una pozza di sangue. Questa non è civiltà», ripete quanto espresso più volte l’oncologo Umberto Veronesi. Il direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia (leo) da anni si batte per il diritto di scegliere il momento della morte quando la vita non è più concessa e la medicina serve soltanto a procrastinare il momento della fine. Se non si può avere una «buona vita», si abbia almeno una «buona morte». E volontaria. In Italia Nel nostro Paese c’è chi si batte da tempo per una legge. 
L’Associazione Luca Coscioni e il comitato promotore EutanaSiaLegale hanno fatto firmare (e inviato alla Camera) un appello affinché il Parlamento affronti il tema. Sessantacinquemila le firme raccolte. A parte la posizione della Chiesa al riguardo, c’è tanta ipocrisia e tanta omertà da infrangere. Basti pensare che si stimano in ventimila le eutanasie clandestine praticate in Italia soltanto nell’arco di tempo coincidente con quello dello studio svizzero. E, di recente, due medici (Mario Sabatelli, del cattolico «Gemelli», e Giuseppe Maria Saba, per anni “maestro” i anestesia e rianimazione al Policlinico Umberto I), hanno confessato di aiutare da sempre i loro malati più gravi a trovare una morte degna. Usano il termine «desistenza terapeutica», anche perché se parlassero di eutanasia rischierebbero processo e carcere. «Non ne posso più - ha detto Saba - del silenzio su cose che tutti noi rianimatori conosciamo». Purtroppo, il grande Monicelli non trovò un medico come Saba nel suo destino e dovette adottare il “fai da te” per affermare il proprio diritto di morire veramente quando morti lo si è già.

Fonte: Corriere.it/salute

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