sabato 4 aprile 2015

La vita spezzata di mia madre

Ornella, mia madre. Una donna attiva, allegra, autentica, forte. Un carattere impaziente a volte perfino prepotente. Una donna immensamente bella, protettiva, diretta. Mia madre è tutto questo, fino al luglio 2012 quando comincia un percorso che non ha ritorno: la demenza con corpi di Lewy. Mi ricordo perfettamente la telefonata di mio padre, uomo sintetico, asciutto, razionale, che con una voce spaventata – quasi spezzata ­-  mi dice che la mamma è strana, angosciata. Mi riferisce che vede persone che non esistono.
Sono a Milano, ho appena finito di svuotare l’ultimo scatolone di un trasloco faticoso: ho lasciato Bolzano, città dove abitano i miei genitori, per trasferirmi nella città dove mio marito lavora. Mi tremano le gambe mentre ascolto le parole di sgomento di mio padre, ma divento roccia per lui, mi faccio scudo del suo terrore e del suo sconforto.
I miei genitori partono dalla Francia, dove sono in vacanza, e vengono a Milano, perché grazie a suggerimenti di amici ho fissato a mia madre un appuntamento con un neurologo del Besta, istituto d’eccellenza. Per fortuna è dietro casa. Arrivano. Spio dal balcone mamma camminare, quasi a cercare un segno, un’incertezza, un qualcosa che mi faccia capire come sta. La trovo magra, un pochino più nervosa del solito, ma bene. Abbiamo l’appuntamento tre giorni dopo. Passano in fretta.
Decido di portare io mia madre a fare la visita, papà resta a casa con mio figlio. Il neurologo ci accoglie, chiede a mia madre se sa che giorno, mese e anno sia e poi comincia a farle dei test. E’ in quel momento che lo tsunami si abbatte su di noi. Ornella, donna sicura e forte, comincia a non dare risposte, a dire: «Mi spiace dottore, sono un pochino emozionata e agitata, per quello non ricordo bene».
Io, sua figlia, cerco di sostituirmi a lei nelle risposte, di spronarla,  rassicurarla, di giustificarla con il medico. Nei test di matematica va molto bene e io mi sento di nuovo al sicuro, forse davvero è solo stanchezza, emotività, poca concentrazione. Invece no, lo tsunami sta solo prendendo forza per spazzare via ogni speranza, definitivamente.
Il test finale consiste nel completare un disegno geometrico cominciato dal medico. Ornella prende la matita, è bella, sorridente, vincente. Appoggia la matita, passano secondi, minuti e lei non riesce a procedere nel disegno. Si ferma, prova, si riferma. A me trema il mento, vorrei scoppiare a piangere, mi sento come un neonato che vuole la sua mamma. Invece mi trattengo, appoggio i miei occhi gonfi di lacrime su qualcuno, su qualcosa. Il dottore prende il foglio di carta e dice: «Signora, io credo che lei abbia….». Mia madre risponde per lui: «L’Alzheimer».
Usciamo dallo studio smarrite, confuse, impotenti. Provo a pensare che sia solo un’ipotesi questa diagnosi, ma nel profondo sento che una voragine si è aperta, compromettendo il futuro di tutti. Torniamo a casa per dirlo a mio padre. Non c’è un modo giusto, se non quello scientifico, rigoroso, forse un po’arido. Dico solo: «Alzheimer, sembra che la mamma abbia questa malattia, ma deve fare una settimana di ricovero per accertare tutto. Non è ancora detto, quindi. Speriamo».
Invece il tempo che separa mia madre e noi dall’onda d’urto che travolge e spazza via le nostre vite arriva in fretta, inesorabile, crudele. Demenza con corpi di Lewy è il suo nome, ma per noi è altro, molto altro. Ornella ha paura di tutto, vede persone che abitano in casa sua, ma che non esistono, trasforma con la mente il medico in un essere malvagio che la vuole uccidere, avvelenare, distruggere. La mia casa milanese, arredata con mobili che lei mi ha regalato, diventa la casa «della ladra». Mi urla addosso che le ho rubato tutto, alza le mani, piange. E’ un’anima nuova, selvaggia, inquieta. Si alza dodici volte per notte, dorme di giorno. E’ una creatura fragile in un mondo che non conosce; è una persona che ha parcheggiato la sua vita da qualche parte e non sa ritrovarla. Impariamo a non contraddirla, a rassicurarla su quel modo così errato di percepire la realtà.
Una brutale nostalgia di figlia mi fa spesso piagnucolare fra me e me: «Voglio la mia mamma, la voglio ancora». Odio la demenza che la consuma, odio la demenza che la esilia, odio la demenza: quel palcoscenico frigido dal quale è costretta a recitare  la sua ultima parte. Passano tre anni in cui le proviamo tutte, davvero tutte. Diverse badanti alternano la vita ormai scomparsa di mio padre. Nessuno ce la fa più, tutti ci sentiamo impotenti, arrabbiati, recisi nelle radici. Ancora una volta sono chiamata a decidere il passo successivo; voglio salvare mio padre che sta colando a picco verso un oceano buio, silenzioso e terrificante: la depressione. Devo proteggere mia madre, terreno friabile, bambina spaventata, luce spenta. Rimane solo la casa per malati d’Alzheimer, la casa di cura. Una decisione che mi mortifica, mi strema. Prendo il respiro e mi getto nell’impresa…trovo, organizzo.
Oggi Ornella  è accudita da tante persone in una struttura all’avanguardia e in una sua «goccia di memoria» guardandomi negli occhi, mi ha detto:  «Amore mio, sono proprio fortunata ad avere una figlia come te».

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