sabato 16 maggio 2015

Io, gay e Testimone di Geova, costretto a lasciare la mia famiglia

Alla vigilia della sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che entro giugno potrebbe definitivamente impedire a qualsiasi Stato americano di vietare alle coppie gay di sposarsi, un’organizzazione apartitica e non profit, che svolge attività di ricerca per comprendere l’interazione dei gruppi religiosi con i temi sociali, ha diffuso i risultati di un sondaggio sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Le sorprese non sono mancate: la maggioranza dei fedeli delle varie confessioni americane intervistati dal Public Religion Research Institute (PRRI) si è detto favorevole all’estensione del matrimonio anche a gay e lesbiche. E se buddisti ed ebrei sono i più gay-friendly (rispettivamente 84 e 77% degli intervistati nelle rispettive confessioni), anche i cattolici mostrano una sorprendente apertura, con il 60% del campione che si dichiara favorevole. All’opposto, i più avversi al same-sex marriage risultano essere i Testimoni di Geova, che in America sono quasi 9 milioni (e in costante crescita): il 75% degli intervistati ha dichiarato un netto rifiuto a qualsiasi riconoscimento del matrimonio omosessuale.
Insomma, per gay e lesbiche americani cresciuti in famiglie di Testimoni di Geova la vita è dura. E in Italia? Fino alla fine degli anni Novanta, i Testimoni di Geova erano la seconda religione del Bel Paese (ora superata, a causa delle recenti immigrazioni, dalla Chiesa ortodossa, dai pentecostali e dall’Islam). Secondo l’Agenzia di stampa valdese Nev, attualmente i T.d.G. italiani sono circa 300mila e, stando a quanto dichiara l’Ufficio Informazione Pubblica della Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova, che ha sede a Roma, «non accettano l’omosessualità come comportamento». La presa di posizione si rifà agli scritti neotestamentari, dove esplicitamente vi è «la disapprovazione delle tendenze pagane, che tentavano di giustificare il comportamento omosessuale». Interpellato, il quartier generale di Via della Bufalotta sottolinea che «il non approvare non implica da parte di alcun testimone di Geova un atteggiamento “ostile” verso chicchessia né l’intenzione di caldeggiare un intervento legislativo a favore o contro i singoli comportamenti delle persone». Un no deciso, dunque, all’omosessualità per ragioni religiose, ma rispetto dei T.d.G. per chi omosessuale lo è? Racconta una realtà decisamente diversa Tommaso, 25 anni e una vita trascorsa nei Testimoni di Geova, dai quali è stato cacciato a 18 anni, dopo che anche la sua famiglia gli aveva voltato le spalle, proprio per la sua omosessualità. «Le loro posizioni su questo argomento», dice, «sono in realtà decisamente radicali e intransigenti. E fin da piccoli ci viene fatta una sorta di lavaggio del cervello per quanto riguarda la sessualità».
Com’è la vita di un ragazzo o di una ragazza gay in una famiglia di Testimoni di Geova italiani?Per nulla facile, perché tra i Testimoni l’unica forma di sessualità e di amore accettati sono all’interno del matrimonio eterosessuale. Per cui, un Testimone di Geova gay ha solo due possibilità: o reprimersi completamente o costruirsi una vita parallela e clandestina, nel terrore costante di essere scoperto. In realtà, ogni Fratello davanti a dubbi di qualsiasi natura, anche a livello sessuale, è invitato, se non addirittura costretto, a parlarne con un Sorvegliante della Congregazione, quello che quando ero bambino si chiamava semplicemente Anziano, ovvero un “pastore del gregge” che amministra piuttosto arbitrariamente le singole congregazioni (sorta di comunità raccolte attorno a una Sala del Regno, che è il luogo di culto dei T.d.G., ndr).
Cosa succede a un ragazzino che confessa di avere pulsioni omosessuali?Viene controllato e messo sotto una stretta sorveglianza da parte degli Anziani e dei famigliari, che lo costringono a confessare tutto, dalle fantasie fino alla masturbazione. Da quel momento, poi, vive nel costante timore che il Sorvegliante decida comunque di allontanarlo dalla congregazione, con la conseguenza immediata che anche la famiglia si veda costretta a interrompere i rapporti col figlio.
È andata così anche a te?Sono nato e cresciuto in un paese lombardo, dove io e la mia famiglia non eravamo gli unici Testimoni di Geova. Durante l’infanzia non ho avuto quindi problemi, avevo amici e mi piaceva frequentare la congregazione, ma con l’adolescenza le cose sono cambiate. La prima volta in cui mi sono rivolto ai Sorveglianti, raccontando di sentirmi confuso a proposito della mia sessualità, avevo circa 13 anni. Loro mi sono sembrati poco preparati: uno mi ha consigliato di leggere alcuni articoli di Svegliatevi! (una delle riviste edite dai Testimoni di Geova, ndr.) che riportavano le storie di diversi fratelli che avevano superato con successo il “problema”, riuscendo a diventare fieri padri di famiglia. Un altro, nonostante la mia giovane età, mi ha detto di andare da un sessuologo per farmi curare, imponendomi però di cambiarlo nel caso questi mi avesse tranquillizzato sulla mia situazione. Io ovviamente non ho fatto nulla, ma da quel momento gli Anziani hanno vietato ai loro figli, che erano miei amici, di frequentarmi.
E la tua famiglia come ha reagito?All’inizio ha fatto finta di niente, per timore che la cosa venisse resa pubblica all’interno della congregazione. Le cose però sono peggiorate poco dopo, quando tra i 14 e i 15 anni, come sempre preda del senso di colpa, ho confessato più volte ai Sorveglianti di essermi masturbato e di aver visto dei film porno su Internet. Allora, mi sono stati sospesi i privilegi che un ragazzo poteva avere all’interno della congregazione, come portare il microfono durante le adunanze. Questo ha fatto sì che tutti i fratelli sapessero che avevo fatto qualcosa di sbagliato agli occhi di Dio. Venivo inseguito da pettegolezzi e malignità, e la mia famiglia ha cominciato a osteggiarmi apertamente, accusandomi di essere un peccatore e la loro vergogna.
Quando sono precipitate le cose?A 17 anni ho confessato ai Sorveglianti di essere entrato in una chat gay per scambiare messaggi con altri ragazzi. L’ho fatto perché ero certo che Dio sapesse cosa facevo e quindi non potevo nasconderlo. Dopo alcuni giorni sono stato sottoposto al Comitato Giudiziario davanti a tre Anziani che mi hanno chiesto morbosamente, insistendo sui dettagli, cosa avevo scritto in quelle chat e cosa provavo mentre lo facevo. Io mi sentivo morire, ma la loro decisione è stata drastica: sono stato “disassociato”, cioè espulso dalla congregazione perché mi ero macchiato del peccato di pornèia (in greco “grave immoralità sessuale”, ndr). L’umiliazione è stata completa quando hanno comunicato pubblicamente la loro decisone durante un’adunanza della congregazione.
Nessuno ti è stato vicino in quel periodo?No, sono stato abbandonato da tutti: amici, parenti e Anziani, che erano stati per tutta la vita il mio punto di riferimento. Solo i miei genitori erano legittimati a rivolgermi ancora la parola perché vivevo sotto il loro tetto. Ma dopo un anno di inferno, tra mille vessazioni, schiaffi, la costante accusa di essere la loro più grande delusione e il preferirmi drogato o delinquente piuttosto che gay, ho fatto le valigie e me ne sono andato. Mi sono fatto coraggio e mi sono iscritto all’università (nella mia piccola congregazione di provincia lo studio era estremamente malvisto e ci veniva consigliato fin da bambini di scegliere da grandi un lavoro possibilmente manuale). Lavorando di giorno e studiando di notte, mi sono laureato.
Ora puoi dirti felice?
Ho un buon lavoro e ho un compagno. Coi miei genitori i contatti sono rari e difficili e 18 anni della mia vita sono andati completamente perduti. Ma sono stato fortunato: sono riuscito ad andarmene, a ricominciare da capo e quel mondo ormai l’ho lasciato alle spalle. (corriere.it)

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