mercoledì 20 maggio 2015

Lezioni dell'azienda per tutelare la manager trans

Il 18 novembre 2011 Ibm Italia ha convocato una riunione riservata nella sua sede di Segrate, a Milano, con una trentina di persone. Tra loro c’erano il direttore finanziario dell’azienda e un responsabile delle risorse umane. Ma nelle slide mostrate durante l’incontro non si faceva riferimento a computer o budget. C’era invece la spiegazione di che cos’è la transessualità. «Il management ha annunciato che in Ibm c’era un caso, che quel caso ero io e che se anche mi avevano conosciuto come un uomo, avrei iniziato a vivere una seconda vita, da donna. Soprattutto, ha spiegato che l’azienda era lì per sostenermi». Arianna F., 51 anni, è la prima manager transessuale d’Italia. Oggi, che ha concluso la sua transizione ed è in attesa di finire le pratiche per ottenere la rettificazione anagrafica sui documenti, ha deciso di raccontare la sua storia (ma ha chiesto di usare il suo nuovo nome e di non pubblicare il cognome per proteggere la riservatezza dei figli).
La sua vicenda è un’eccezione non solo per il ruolo che Arianna ricopre in Ibm, dove è responsabile finanziaria di prodotto a livello europeo, ma anche perché l’azienda l’ha aiutata ad affrontare le reazioni dei colleghi alla sua transizione. «Molte ragazze che conosco hanno avuto problemi sul lavoro e anch’io all’inizio non ero sicura su cosa fare – ammette –, perché se per la multinazionale Ibm è fondamentale la diversity, cioè la valorizzazione delle differenze dei singoli lavoratori, compresi quelli lesbiche, gay, bisessuali e trans (lgbt), sapevo che non c’era nessun precedente come il mio. E temevo che su questi aspetti la cultura italiana potesse essere più chiusa di quella internazionale». Ma rassicurata dall’adesione di Ibm Italia a Parks (associazione no profit che aiuta le aziende a essere più inclusive con le persone lgbt) e dai suoi avvocati, ha alzato il telefono per chiamare i responsabili delle risorse umane. «Mi hanno detto che andava bene, ma che avevano bisogno di un po’ di tempo per prepararsi». «Ne è nato — spiega Federica Di Sansebastiano, che in Ibm si occupa di diversity — un percorso guidato anche da un team internazionale, che prevedeva incontri e colloqui con il management e con i colleghi di Arianna». Il primo, convocato di venerdì perché i partecipanti avessero il fine settimana per digerire la notizia, era proprio la riunione di Segrate: «Io non c’ero — dice Arianna — per non creare imbarazzo a nessuno».
All’incontro successivo, il lunedì, è andata anche lei: «Per l’ultima volta mi sono presentata in ufficio al maschile — ricorda —. Eravamo tutti molto emozionati. Ho spiegato le mie ragioni, ho chiesto di avere pazienza e se gentilmente usavano il femminile con me. Infine ho cercato di togliere subito di mezzo la cosa che avrebbe potuto creare più problemi: “Signori, non vi preoccupate per il gabinetto: userò quello dei disabili”. È un argomento a cui non si pensa, ma è delicato — dice con un sorriso —. Oltretutto io non ero pronta ad andare in quello delle donne, mi sembrava di invadere uno spazio». L’indomani ha varcato i cancelli dell’azienda conun filo di trucco e i tacchi. «Non ricordo quasi niente di quel primo giorno, se non che ero terrorizzata all’idea di andare in mensa: mi hanno dovuta portare i colleghi». Per alcuni di loro la sua scelta è stata lo stesso uno choc: «Umanamente lo comprendo — concede Arianna —: non è che ero un uomo effeminato. Ero un uomo. E a un certo punto si sono ritrovati una donna».
È forse la cosa più difficile da capire quando una transizione avviene così tardi: Arianna ha vissuto gran parte della sua vita da uomo. «Una bella vita da uomo — riconosce —, con una moglie che ho sposato per amore, due figli avuti per amore e un sacco di responsabilità». Lo dice con orgoglio: «Mi piaceva avere delle responsabilità». Eppure a un certo punto non ce l’ha fatta più: «C’era sempre questa cosa a latere, fin da quando avevo 12-13 anni: provavo a soffocarla ma è diventata sempre più invasiva. Per 15 anni mi sono persa. Alla fine ho capito che se non avessi assecondato la mia natura sarei rotolata via».
Arianna però sa che la scelta di essere se stessa l’ha dovuta pagare anche la sua famiglia: «Quando sei una persona giovane è diverso: decidi solo per te. Dopo è tutto più complicato. La mia ex moglie ha dovuto affrontare una doppia transizione: la mia e la sua. Io andavo a guadagnare qualcosa. Lei ha dovuto superare una disillusione. Non la ringrazierò mai fino in fondo, anche se abbiamo momenti di difficoltà».
Poi c’erano i figli, appena adolescenti quando Arianna ha iniziato la transizione, cinque anni fa. «Mi ha aiutato l’endocrinologo a spiegargliela. So di non potere offrire molto come genitore adesso: non vado mai ai colloqui con i professori, ho dovuto rinunciare alle riunioni di famiglia. Ma spero che un giorno capiranno — aggiunge, ed è l’unico momento in cui dalla sua voce traspare dolore —. Non mi mostro mai al femminile con loro, cerco di rimanere neutro. E ho chiesto il loro permesso per forarmi le orecchie. “Ormai gli orecchini ce li hanno anche i maschi!” mi ha detto il più grande. “I maschi ne portano uno, io ne voglio due come le femminucce”, ho risposto. E lui: “Ma Papo, tu sei così, che devi farci”. Ecco, io rimarrò sempre quello per i miei figli: “Papo”, un papà sui generis. Mai la loro madre».
Un percorso così complesso sarebbe stato impossibile se Arianna avesse dovuto rinunciare anche al lavoro. «Ho creduto a lungo che l’unica strada per le transessuali fosse la prostituzione e che non sarei mai potuta essere me stessa. Le cose sono cambiate quando ho iniziato a conoscere persone come me che avevano una vita comune — spiega —. Ma so anche di essere stata fortunata a lavorare in Ibm».
La conferma che la sua carriera non aveva risentito della sua scelta l’ha avuta un anno dopo la riunione di Segrate: la sua funzione nella multinazionale, prima divisa tra Europa del Sud ed del Nord, è stata unificata. «Per guidarla potevano scegliere il collega del Nordeuropa, invece hanno scelto me e mi hanno dato più responsabilità», constata.
«Ibm crede fortemente nelle politiche di diversità e inclusione: sono da lungo tempo parte integrante della cultura aziendale e, come tali, ispirano il comportamento quotidiano di ognuno di noi, a ogni livello. Ecco perché, in ambito professionale, la collega ha potuto trovare il sostegno necessario per affrontare un delicato momento della sua vita», rivendica il direttore delle risorse umane Raffaella Temporiti.
Da parte dell’azienda questo ha significato anche tamponare alcune reazioni negative: «Hanno fatto capire chiaramente che se qualcuno aveva delle difficoltà, il problema era suo, non mio — dice Arianna —. Quando c’è un management (o nel caso di un Paese, un governo) che dà un messaggio molto diretto di accettazione, le riserve vengono abbattute» afferma sicura. Lei se ne è accorta poco dopo il suo coming out in azienda: «Prima di Natale sono arrivate delle colleghe a dirmi: ma vieni nel bagno delle donne, che problemi ti fai. Da quel momento ho capito che avevamo voltato pagina».
Elena Tebano - 27esimaora.corriere.it

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