giovedì 26 novembre 2015

"Io, italiana, musulmana e moderata. Vi spiego dove attecchisce l'estremismo"

Mi chiamo Alessandra,
Sono un architetto e ricercatore presso l’Università di Lovanio.
Sono italiana. Sono musulmana. Mi occupo di diritti delle donne e integrazione. Mio marito, anche lui ricercatore, anche lui musulmano, ma arabo, di difesa dei civili e i diritti umani.
La nostra vita si divide fra il Belgio, l’Italia e la Palestina: consideriamo ognuno di questi posti come casa nostra.
Conosco bene Molenbeek. Ho lavorato in questo quartiere di Bruxelles per due anni. Ho ottenuto il mio master con una ricerca su questo luogo. Quando sono in Belgio, è qui che vengo a fare la spesa al mercato del giovedì. Da qui venivano tre degli attentatori di Parigi. Da qui proveniva parte delle armi usate per l’attentato a Charlie Hebdo. Da qui sono partiti molti europei diretti in Siria.
Girando per queste strade, conoscendone la comunità, è possibile capire almeno in parte i motivi per cui il "reclutamento" qui funziona e come sia possibile instradare ragazzi a idee assurde, lontane anni luce dai contenuti del Corano.
Gli abitanti di Molenbeek sono in grande maggioranza immigrati. Una parte consistente del quartiere conta più abitanti per chilometro quadro di un campo rifugiati dell’Onu: ci si ammassa in appartamenti decadenti e sovraffollati. Moltissimi vivono sotto la soglia di povertà. “Farcela” qui è difficile e per alcuni giovani la via è darsi al piccolo crimine. La comunità di origine europea di Bruxelles e dintorni ed i migranti di Molenbeek non si incontrano quasi mai: per paura e per scarsa conoscenza reciproca e per molta disinformazione da entrambe le parti, in un quadro in cui le autorità che hanno il difficile – ma non impossibile – compito di mediare fra queste due comunità compiono numerose leggerezze ed clamorosi errori.
Molti ragazzi provengono da famiglie che hanno ricevuto pochissima istruzione, e che anche dal punto di vista dei contenuti religiosi conoscono solo quanto è stato tramandato dalle tradizioni del proprio villaggio. Su questa “tabula rasa” fatta di ignoranza, isolamento e frustrazione, l’intervento di chi recluta per l’estremismo si innesta facilmente.
L'interpretazione forzata e decontestualizzata del Corano avviene da molti versanti, musulmani e non: nel migliore dei casi è frutto di un’interpretazione ingenua e grossolana. Più la nostra reciproca ignoranza persiste, più è facile convincere, versetti alla mano, che noi europei siamo il male assoluto supportato dai musulmani moderati – rei di essere venuti a patti con l’Occidente. Con lo stesso metodo è altrettanto facile convincere che noi musulmani siamo tutti estremisti armati di Corano e fucile.
Eppure, posso dire con certezza che a Molenbeek ed altrove i ragazzi, le ragazze, le famiglie, le persone che rifiutano in tutti i modi di cedere a questa narrativa sono tantissimi, sono la maggioranza assoluta. Però, per quanto tenace, la nostra è una resistenza silenziosa.
Sempre più spesso noi musulmani moderati veniamo interrogati e ci interroghiamo a proposito del nostro contributo all’arresto dell’estremismo islamico.
Vi posso raccontare quello che facciamo io, mio marito, le nostre famiglie e i nostri amici. Cerchiamo di parlare, soprattutto con quelli di idee molto diverse dalle nostre. Cerchiamo di confrontarci. La nostra casa è sempre aperta a tutti. Ci impegnamo tutti i giorni a portare un altro messaggio: che le differenze, tutte, anche quelle religiose, sono un tesoro.
Ci capita di incontrare gente con idee radicali, musulmani e non: ci confrontiamo anche con loro. Parliamo. Soprattutto studiamo, leggiamo, cerchiamo, ci chiediamo perchè, in modo da potere dare una solida base alle nostre idee.
E' sufficiente? No, non credo.
Ci sentiamo impotenti e ci domandiamo ogni giorno, in tanti, cosa possiamo fare oltre che mantenere una condotta esemplare, oltre ad essere un bravo cittadino, un lavoratore onesto, un buon vicino di casa, una persona cortese e alla mano con tutti, oltre a dedicarsi alla famiglia e agli amici... Per molti questo è il migliore veicolo che si possa trovare. Viviamo il credo religioso in modo naturale, come un insieme di linee guida per vivere al meglio la vita, non passiamo il tempo ad esaminare ogni singola cosa in termini di religione e ci sembra anche paradossale dovere “convincere” di una cosa – apparentemente – palese ed ovvia come la nostra “normalità” ed “umanità”. Molti di noi sono occupati a tempo pieno, come tanti altri cittadini, ad arrivare a fine mese e pagare le bollette, e non resta spazio per fare molto altro.
Non tutti sono bloggers, non tutti hanno attitudine da attivista o capacità da leader. Parlare di una comunità presuppone di averne l’autorità e spesso si teme di creare più danno che giovamento. Inoltre, chi come me vive all’estero, deve tenere in considerazione che buttarsi in iniziative pubbliche può rendere più difficile l’inserimento nel nuovo paese.
Ho sentito chiedere perchè i musulmani moderati non denunciano gli estremisti, qualora ne conoscano. I gruppi in cui si sviluppano gli integralismi sono molto chiusi ed inaccessibili. Non abbiamo vite in comune. Quello che ci insegna la storia di Salah Abdeslam, l’attentatore di Parigi gestore di un bar malfamato di Molenbeek, è che il “terrorismo islamico” e la religiosità non sono interconnesse.
Ho vissuto l’attacco di Parigi dal Medio Oriente, da cui scrivo ora. Vedo come la notizia è raccontata da giornali e televisioni: è in tutte le discussioni nelle caffetterie, nelle università, a casa all’ora di cena. La notizia qui è stata presa con amarezza ed orrore. Non c’è niente da festeggiare: è una sconfitta. Le persone si chiedono quale sia lo scopo di questa follia: la conquista dell’Occidente? Per fare cosa? E per chi? Vogliono obbligare alla conversione di massa? Sarebbe assurdo, oltre che esplicitamente proibito da molteplici versetti del Corano ehadith del Profeta (PBSL).
Osservando da qui i fatti degli ultimi anni, appare all’orizzonte la lunga storia di occupazioni e interventi militari molto pesanti portati avanti negli ultimi 30 anni da stati esteri: in alcune regioni come l'Iraq, esiste uno stato di shock endemico nei civili, e milioni di persone nel corso di almeno due generazioni hanno avuto contatto con l'Occidente in maniera solamente negativa, alimentando frustrazione, diffidenza ed incomprensione. Inoltre, osservando con più attenzione, salta all’occhio come le biografie di molte delle figure prominenti dell'estremismo armato siano accomunate dall’avere vissuto la prigionia di guerra e torture (anche collettive), talvolta in strutture come Abu Ghraib. Chi esce vivo da queste esperienze spesso porta con sè personalità sfigurate, spogliate della propria umanità, ossessionate dall’orrore.
Credo che ora più che mai sia importante, per tutti, farsi delle domande, e non avere paura di sapere. Non avere paura di guardarsi reciprocamente più da vicino. Cercare di capire come sia possibile che certe mostruosità accadano, dove affondano le loro radici, cosa ha contribuito a crearle, cosa contribuisce ora a mantenerle, e qual’è la nostra fetta di responsabilità. Da cittadina, credo che sia un dovere civile. Da musulmana, so che è un obbligo di fede.


Forse questo può aiutarci ad evitare il trinceramento sociale e trovare una contro-strategia più intelligente dei bombardamenti a tappeto e più sensata rispetto ad espellere 30 milioni di immigrati.

Fonte: L'espresso

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