giovedì 24 dicembre 2015

Gecko




 Si chiama Gecko, ed è tanto semplice quanto utile. Si tratta di un adattatore USB, o se preferite di un kit in tre pezzi, che trasforma qualsiasi porta USB o powerbank (batteria portatile) in una stazione di ricarica wireless magnetica. Il cofondatore Andreas De Wit afferma che Gecko può caricare iPhone e dispositivi Android più rapidamente degli attuali caricatori wireless e senza adottare ingombranti case.

domenica 20 dicembre 2015

#DearDaddy





 «Caro papà, ti chiedo un favore: non permettere ai miei fratelli di chiamare puttane le ragazze, perché non lo sono». Ha il volto dolce e risoluto di una ragazza qualunque, di quelle che si incontrano al college, nelle pubblicità, in compagnia degli amici seduti su un muretto, la nuova campagna della onlus norvegese Care. Un video di cinque minuti, un commovente concentrato di poesia per dire che se si vuole combattere la violenza sulle donne non bisogna abbassare la guardia, mai. #DearDaddy, “Caro papà” è un racconto, una voce fuori campo, una lettera recitata col cuore in mano, da una bambina, all’eroe della sua vita: quel padre che si immagina non possa che amare sua figlia da impazzire.
Incomincia prima della nascita, quando la voce lo avverte che nascerà una femmina. E racconta la storia e le paure di una bimba, ragazzina, adolescente, giovane donna, che incontrerà sulla sua strada tanti pericoli. «Armi, auto, leoni», elenca. Sicura che il suo papà la proteggerà sempre. Ma forse anche a lui va detto quello che non si dice mai, o mai abbastanza, anche se poi «nasce tutto da lì». Ed è «il più grande pericolo di tutti». «A 14 anni i miei compagni di classe mi chiameranno puttana, stronza e in molti altri modi», dice la voce. «Solo per ridere, certo. Sono cose che i ragazzi fanno. Non ti preoccuperai e io lo capirò. Forse anche tu da ragazzo lo facevi, per fare colpo sugli altri». Ma qualcuno non capirà che si tratta di un gioco. «Così, magari, a 16 anni qualcuno cercherà di infilarmi la mano nelle mutande, magari mentre sarò così ubriaca da non reggermi in piedi. E se dirò “no”, si limiteranno a ridere. Ma se tu mi vedessi, papà, ti sentiresti imbarazzato e offeso».
 E via così, di parola in parola. La bambina cresce, con quelle parole che diventano sempre più importanti e abbattono confini, si trasformano in violenza, prevaricazione, sporcano i rapporti. Poi, magari, succede che la ragazza, la bambina che non è ancora nata ma che sa già come va il mondo, a 21 anni, mentre sta tornando a casa, una sera, incontra il figlio «di uno di quei ragazzi con cui tu, papà, scherzavi e facevi battute sulle donne». E la violenterà. «Magari andrà così». Poi, finalmente, la donna, la bambina che immagina la sua vita e la racconta al papà, incontrerà un “mister Perfection”, il suo Principe Azzurro: «Spiritoso, colto, sportivo, con un lavoro fantastico, e in inverno fa sci di fondo come te». Ma una sera succederà una cosa semplice, che lui non sarà più il Signor Perfetto. Perché sarà stanco, teso. «E mi chiamerà puttana. Come anche tu, forse, hai fatto qualche volta». E un altro giorno le darà uno schiaffo. «Io non saprò cosa fare, perché sarò confusa, lo amerò e lo odierò e un giorno lui quasi mi ucciderà». Donna, bambina, figlia, magari con «un dottorato, un lavoro fantastico, l’amore della famiglia e degli amici…». Ma non basta, contro le parole-palle di neve che si sono ormai trasformate in valanghe «non potrò fare niente». «E allora ti chiedo un favore», conclude la voce, che è in rete per ricordare che una donna su 3 nel mondo subisce una violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, in genere da un uomo.
E per trasmettere agli uomini il messaggio che sono loro, amici, padri, figli, a doversi fare modelli positivi, rinunciare alla violenza attivamente. A cominciare da quella delle parole, dalla mancanza di rispetto. «Ricorda: da cosa nasce cosa. Per cui non cominciare, non cominciamo queste cose. Non lasciare che i miei fratelli chiamino le ragazze puttane, perché non lo sono. E perché un giorno qualche ragazzo potrebbe pensare che invece è vero. Non accettare stupidi insulti, nemmeno dai tuoi amici. Perché dietro ogni scherzo c’è anche un po’ di verità».

sabato 19 dicembre 2015

Acquisti online

È tempo di fare acquisti. È arrivato il momento dei regali. Sta per arrivare il Natale. In questi giorni, infatti, milioni di italiani sono alle prese con l’acquisto dei doni per i propri cari. Peccato, però, che si possa facilmente cadere in trappole pericolose e in offerte allettanti, a bassissimo costo, che dietro nascondono vere e proprie truffe. Occhi aperti soprattutto in queste settimane, come conferma la Polizia postale che ha stilato un vademecum per acquistare in rete in tutta sicurezza. “Circa 900 sono state le denunce presentate nelle province di Catania, Messina, Siracusa e Ragusa” ha dichiarato Marcello La Bella, dirigente del compartimento Polizia postale e delle comunicazioni di Catania.

8 regole semplicissime per fare acquisti online senza cadere in errore, senza lasciarsi ingannare dai malintenzionati e dai “furbetti” del web. Per prima cosa è fondamentale aggiornare il proprio antivirus all’ultima versione disponibile (1° regola); leggere attentamente i feedback e i commenti degli altri utenti sul sito che mette in vendita il prodotto (2° regola). È consigliabile persino fare una breve “indagine” sui principali motori di ricerca o sui social perché.. le “voci” su un sito truffaldino circolano velocemente. È meglio acquistare sempre in negozi online di catene già note (3° regola) e controllare che il sito sia fornito di un numero di partita iva, un numero di telefono fisso, un indirizzo fisico e ulteriori dati per contattare, eventualmente, l’azienda (4° regola). Un sito che non possiede tali requisiti forse ha qualcosa da nascondere e non vuole farsi rintracciare dai clienti. Sugli smartphone o tablet utilizzare sempre le applicazioni ufficiali dei negozi online, così da evitare di essere indirizzati su siti truffaldini o clone (5° regola) che potrebbe catturare i dati finanziari e personali, inseriti per completare l’acquisto.

È preferibile usare carte di credito ricaricabili (6° regola) inserendo, quindi, pochi dati come numero di carta, data di scadenza e indirizzo postale per la spedizione della merce. Se dovessero provare a chiedervi ulteriori dati come numero del conto, pin o password, potrebbe trattarsi di una truffa. Attenzione soprattutto a mail o sms contraffatti (7° regola), quelli che richiedono di cliccare su un link che vi indirizza alla pagina web “trappola” per rubare informazioni personali come password o numeri di carte di credito. Infine controllate i dettagli della transazione e le modalità di consegna, scegliendo sempre una spedizione tracciabile e assicurata (8° regola): il costo potrebbe essere di poco superiore ma vi permetterà di sapere in modo certo e tempestivo dove si trova l’oggetto acquistato fino alla consegna.
yahoo.com

martedì 15 dicembre 2015

Stiamo sviluppando la iGobba?

Alla lunga lista di effetti collaterali, effettivi o presunti, associati agli smartphone – dall’alienarsi dal mondo a perdere il sonno a causa degli schermi luminosi – si è aggiunto da tempo quello della cattiva postura mantenuta mentre si consulta il cellulare, e dei riflessi che questa può avere sul nostro umore. Sul New York Times Amy Cuddy dell’università di Harvard scrive che gli smartphone “stanno trasformando la nostra postura, contorcendo i nostri corpi in quello che il fisioterapista neozelandese Steve August definisce iGobba (‘iHunch’)”. Una posizione innaturale che viene assunta più volte al giorno, tante quante sono le volte che controlliamo il telefono, e che può avere conseguenze per la nostra salute e per come ci sentiamo.
In media la testa di un adulto pesa tra i 4,5 e i 5 chilogrammi. Quando incliniamo la testa in avanti di 60 gradi – come si fa quando si legge qualcosa sullo smartphone – il peso cui viene sottoposto il collo è pari a circa 27 chilogrammi. August dice che trent’anni fa iniziò a trattare un numero crescente di pazienti con la gobba: di solito persone anziane che in decenni di postura scorretta dovuta ad attività come la lettura e la scrittura avevano sviluppano la deformazione. Il problema è che ora lo stesso fenomeno inizia a essere osservato tra gli adolescenti, che manifestano quindi molto precocemente un inarcamento anomalo della schiena dovuto alla postura sbagliata.
Cuddy spiega che il problema non è solamente di tipo meccanico. Inconsapevolmente, infatti, tendiamo a inarcarci su noi stessi quando siamo impauriti o ci sentiamo inermi. Diversi studi hanno mostrato come una postura di questo tipo sia diffusa tra le persone che soffrono di depressione, per esempio. Nel 2010 una ricerca scientifica condotta in Brasile ha notato che le persone depresse tendono a piegare in avanti il collo, a tenere le spalle in dentro e le braccia verso la parte centrale del corpo.
Il fatto è che in alcune circostanze è la postura stessa a causare, o amplificare, il proprio stato emotivo. In un esperimento condotto presso l’Università di Auckland, Nuova Zelanda, a un gruppo di volontari è stato chiesto di “stare dritti sulla sedia”, come dicevano le nonne, o di assumere una posizione più accasciata e ripiegata a sé stessi, rispondendo poi ad alcune domande di un finto colloquio di lavoro. Nel complesso, i volontari cui era stato chiesto di assumere la postura tipica delle persone depresse hanno dimostrato di avere meno stima verso loro stessi e di essere più impauriti e pessimisti. Al contrario, quelli con una corretta postura hanno mostrato di reggere meglio lo stress.
Un altro studio, questa volta condotto dalla Università di Hildesheim, Germania, ha evidenziato come la postura possa influire sulla nostra memoria. A un gruppo di persone con depressione sono state sottoposte liste di parole positive e negative, da leggere mantenendo una postura adeguata o richiusa su se stessi. I depressi ingobbiti hanno ricordato in media più parole negative. Un precedente studio condotto in Giappone, invece, aveva dimostrato che gli alunni cui era stato richiesto di svolgere un compito mantenendo una postura corretta avevano svolto in media un lavoro migliore, rispetto agli altri.
Sulla base di queste esperienze Cuddy ha predisposto un test, nel quale a ogni partecipante veniva offerto di interagire per 5 minuti con uno smartphone, un tablet, un laptop o un classico computer da scrivania. I ricercatori hanno poi misurato quanto tempo passava, dalla fine dei cinque minuti, prima che ogni partecipante chiedesse se poteva allontanarsi, visto che il test era terminato. Cuddy dice che a seconda delle dimensioni del dispositivo la reazione dei partecipanti – che consisteva nel farsi coraggio e chiedergli se se ne potesse andare – è cambiata sensibilmente: “Ciò suggerisce che la posizione ingobbita, quella che assumiamo quando usiamo i nostri smartphone, ci rende meno determinati, riducendo la probabilità di farci sentire quando la situazione lo richiede”.
Più è piccolo lo schermo del dispositivo, più ci si contorce per leggerlo e più aumenta l’influenza della postura sull’umore. Cuddy spiega nell’articolo che molti di noi usano ogni giorno smartphone e dispositivi simili per aumentare la loro efficienza e produttività, ma in realtà un loro uso anche per brevi periodi di tempo potrebbe sortire l’effetto contrario, riducendo la propria determinazione. È però sufficiente fare attenzione alla propria postura per migliorare le cose e ridurre questi effetti collaterali.
Anche se all’inizio può apparire scomodo, il consiglio migliore è mantenere spalle e testa all’indietro quando si guarda il telefono, avvicinandolo alla faccia e sollevando di più le braccia (gli ipermetropi saranno avvantaggiati). Un altro suggerimento è fare di tanto in tanto un po’ di stretching, cercando di allungare muscoli del collo e del trapezio. Se fatti con accuratezza, questi movimenti permettono di mantenere l’elasticità della muscolatura e di conseguenza migliorare la postura.
ilpost.it

sabato 12 dicembre 2015

CANTIERI NAVALI CAMUFFO: COSÌ STANNO PER FINIRE SEI SECOLI DI GENIO ITALICO

«Un po’ più in giù, più in giù, a sinistra, ecco va bene»: così imposta le sue barche Marco Camuffo, 83 anni, titolare assieme al fratello Giacomo, 81, a Portogruaro, in provincia di Venezia, del cantiere più antico del mondo, fondato a Creta nel 1438, tempo in cui l’isola era veneziana e veniva chiamata Candia (lo è stata dal 1204 al 1669). I fratelli Camuffo non hanno eredi e con Marco se ne andrà il sapere tramandato da diciannove generazioni, certe e documentate, di costruttori navali. I loro yacht interamente di legno (per questo soprannominati Stradivari del mare) sono barche inimitabili, uniche e, ovviamente, costosissime.
Quando si deve impostare una nuova barca gli operai prendono la sagoma della ruota di prua, la appoggiano al cantiere, ovvero la trave posta a terra che dà la lunghezza dell’imbarcazione, Marco prende una sedia, si piazza in un ben determinato punto che solo a lui è chiaro, guarda gli operai e dice loro come devono fissare le ordinate. Così, a occhio.
Nel loro cantiere, un capannone sul fiume Lèmene, poco fuori Portogruaro, si ha una precisa idea di cosa sia il genio italiano, con tutta la sua grandezza e con i relativi limiti. Luigi Camuffo, il papà di Marco e Giacomo, nel 1912 e fino a tutta la prima guerra mondiale fu messo a lavorare ai Mas nell’Arsenale di Venezia. La sua sfida era costruire barche piccole con motori grandi in grado di sviluppare il massimo della velocità possibile. Quelle conoscenze acquisite sui Mas stanno alla base degli yacht odierni dei Camuffo. Nessun’altra barca di pari categoria è alla loro altezza dal punto di vista tecnico: consumano la metà rispetto a qualsiasi concorrente (con un pieno vanno da Venezia a Santa Maria di Leuca) e in sala macchine – dove peraltro si sta in piedi – la temperatura si alza di un solo grado rispetto all’esterno. Le fiancate sono un pezzo unico di compensato marino, il ponte è fatto con tek alto 14 millimetri, «gli scafi in ferro hanno una vita massima di vent’anni, poi arrugginiscono», precisa Giacomo, «le nostre barche dopo vent’anni cominciano a vivere, basta riverniciarle e tornano nuove.»
Una barca Camuffo è riconoscibile all’olfatto: l’interno profuma di legno e di cera, non si sente alcun odore di collante o solvente, come accade nelle imbarcazione di vetroresina. Gli arredi sono tutti completamente smontabili, fatti di legno massello (un tavolino, per esempio, è ricavato scavando una tavola spessa, e non incollando la cornice al più sottile piano di appoggio), non c’è plastica, se non nelle parti elettriche e nella dotazioni nautiche che la richiedono.
Arrivati a questa veneranda età, ultimi rampolli di una dinastia che con loro terminerà, i Camuffo si possono permettere atteggiamenti che sembrerebbero un po’ folli. Non è che se avete due milioni di euro intasca andate da loro e vi vendono lo yacht. No, dovete dimostrare di meritarla, quella barca. Un commento superficiale sulla qualità del lavoro, degli arredi, delle dotazioni, causa la subitanea cacciata del potenziale cliente. Di recente si è fatto vivo un tale che voleva acquisire il marchio. Contenti i fratelli Camuffo perché il loro nome non sarebbe scomparso con loro? Macché. Hanno chiesto all’aspirante compratore: «Ma lei è in grado di garantire seicento anni di continuità, senza alcun fallimento, com’è stato nei passati sei secoli?». La risposte ovviamente non poteva che essere negativa e quindi non se n’è fatto nulla.
I clienti degli yacht Camuffo nel passato erano soprattutto tedeschi e austriaci, negli anni Novanta in prevalenza meridionali, napoletani in particolare, nei primi anni Duemila l’asse si era spostato sul Nordest, sulle ricche province di Pordenone e Treviso. Poi sono arrivate la crisi e la calma piatta, tanto per usare un termine marinaro.
Sono anni che non si costruiscono più barche nuove, ce ne sono tre pronte nel capannone di Portogruaro, una era venduta, ma al cliente è venuto un coccolone ed è rimasta lì. Giacomo precisa che gli è pure capitato in più occasioni di ricomprare proprie barche da clienti che erano falliti o avevano avuto problemi di salute e quindi si è ripreso lo yacht e ha restituito quanto il cliente aveva già versato. Nonostante la crisi, i Camuffo non hanno licenziato nessuno. Dieci operai avevano e dieci operai hanno, anche se il cantiere è semivuoto. Gente d’altri tempi, non c’è dubbio.

A.Marzo Magno - glistatigenerali.com

giovedì 10 dicembre 2015

Tastiera per tablet

Quattro anni fa, quando mia figlia intraprese il percorso universitario, optammo per l'acquisto di un tablet, atto anche ad annotare tramite pennino vari punti durante le lezioni.  Il Samsung Note 10.1, acquistato allora si dimostrò subito un buon prodotto con ottime caratteristiche e buona definizione. Però, a lungo andare, si dimostrò anche scomodo proprio per il compito a cui era votato: il prendere appunti. Mia figlia mi fece notare che se ci fosse stata una tastiera "fisica" sarebbe stato tutto molto più semplice, mentre con quella "virtuale" touch la cosa era poco fattibile per tutta una serie di fattori. La soluzione arrivata in questi giorni è questa:

iClever IC-BK03 Tastiera Bluetooth Universale.


 Con una  tastiera pieghevole che chiusa ha le dimensioni di uno smartphone e che aperta si collega bluetooth col tablet, compatibile con tutti i sistemi operativi , ricaricabile tramite presa usb. Ecco qualche foto tratte dal Web:




Qui un filmato:

 Qui una delle tante recensioni che si trovano in internet. Acquistabile on line.

mercoledì 9 dicembre 2015

Cellulari antichi

PIU' COMPATTI, più funzionali e più economici. I cellulari di dieci anni fa avevano caratteristiche e funzionamento nettamente superiori ai migliori smartphone di oggi. Come dimenticare la resistenza del caro vecchio Nokia 3310? Gli schermi non si distruggevano al primo impatto con il suolo, all'epoca del 2G il segnale era nettamente superiore all'attuale 4G e i costi del prodotto erano molto più accessibili. A dirlo una ricerca Ofcom secondo la quale i dispositivi di punta di oggi, da Apple a Samsung, offrono prestazioni inferiori rispetto ai telefoni di un decennio fa. Lo studio, condotto in condizioni di laboratorio controllate, ha selezionato gli smartphone più popolari e i telefoni "non-smart" attualmente sul mercato: è emerso che i portatili più economici con rete 2G erano molto più bravi a raccogliere segnali deboli. Alcuni smartphone necessitano di un segnale minimo 10 volte più forte rispetto a quello richiesto dai vecchi cellulari, prima di poter effettuare o ricevere una chiamata. Anche la velocità della banda larga mobile 4G è in fondo alle classifiche e richiede sette volte la potenza del segnale consigliato per inviare dati. Gli esperimenti sono stati eseguiti in particolari situazioni di copertura di rete, soprattutto nelle zone rurali, dove ci sono molti alberi e il segnale è più debole. Mentre gli investimenti nelle infrastrutture di rete è visto come la chiave per migliorare la copertura, emerge che i dispositivi mobili hanno un ruolo significativo. Anche l'estetica non aiuta: ultra slim, leggeri e dal design elegante, gli smatphone di ultima generazione sono meno maneggevoli e il rischio che possano sfuggire alla presa e cadere è molto alto. Un'eventualità spiacevole soprattuto se si considerano i prezzi di vendita dei modelli più moderni. Un portavoce dell'Ofcom ha dichiarato che è stato testato un numero limitato di dispositivi con l'intento non di stilare una classifica bensì di capire come i cellulari reagiscono in diverse situazioni. Da questi primi risultati emerge che la rivoluzione digitale e i progressi tecnologici non sempre si sposano perfettamente con l'efficienza e la funzionalità. Se da un lato gli smartphone di ultima generazione ci consentono di lavorare, studiare, comunicare e giocare da un unico dispositivo offrendo funzioni che appena 10 anni fa erano impensabili, dall'altro si profilano anche risvolti negativi che derivano dall'alta richiesta di energia che le migliorie tecnico - funzionali richiedono.

lunedì 7 dicembre 2015

Mi manchi tanto

Sono le quattro e trenta del mattino.
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest’evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell’incavo della mia spalla e che io riposassi nell’incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.
Fra poco si leverà il sole..
Frida Kahlo – Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera

domenica 6 dicembre 2015

Autismo, la diagnosi precoce è possibile

L'autismo non si cura, ma tanto si può fare, se diagnosi e cura sono precoci: è questo uno dei temi ricorrenti, oggi, al 1° Convegno nazionale di Aira, l'associazione italiana di ricerca che si pone l'obiettivo di studiare scientificamente l'autismo e diffondere teorie e approcci che siano basati su “evidenze”. “Non esiste una terapia farmacologica o comportamentale mirata a curare in toto la sintomatologia dell'autismo – ha ribadito Maria Luisa Scattoni, socia fondatrice di Aira e coordinatrice di Nida, il network italiano per il riconoscimento precoce dei disturbi dello spettro autistico – L'unica cosa certa è che la precocità di diagnosi e intervento è in grado di limitare gli effetti di deficit sociale, comunicativo e cognitivo. La precocità è quindi fondamentale per l'inclusione sociale e lavorativa”. Il problema è che, “nonostante ci siano diversi test in grado di fare una diagnosi intorno ai 2 anni, un'indagine Censis rileva che in Italia occorrono in media 4-5 anni. E sono spesso i genitori i primi a rilevare i cosiddetti campanelli d'allarme, spesso anche prima del primo anno di vita”. 
La ricerca si sta quindi muovendo in questa direzione. Nida, come network italiano dedicato proprio alla diagnosi precoce dell'autismo, individua nel pianto e nel movimento spontaneo del neonato un ambito di ricerca rilevante e significativo. Ed è questo uno dei progetti che Scattoni ha illustrato nel corso del convegno: “Reclutiamo bambini a casso rischio e ad alto rischio – ha riferito – I primi appartengono a famiglie senza diagnosi di autismo, gli altri invece sono fratelli e sorelle di bambini diagnosticati, i quali, come sappiamo, hanno circa il 25% di possibilità di essere a loro volta diagnosticati”. I ricercatori seguono poi i bambini reclutati “longitudinalmente, dalle prime settimane ai 36 mesi. Sopratutto nel promo periodo – ha riferito Scattoni – le osservazioni e le registrazioni avvengono, in modo assolutamente non invasivo, in casa della famiglia”. I dati sono ancora pochi, ma il progetto è in crescita: “Studiano la frequenza del pianto, la prosodia della voce e i primi movimenti spontanei – riferisce infatti Scattoni – stiamo infatti rilevando quanto questi indicatori siano significativi e in che misura possano quindi aiutare a individuare, fin dai primi mesi, quei campanelli d'allarme fondamentali per arrivare a quella diagnosi precoce, che è il nostro obiettivo primario”. (redattoresociale.it)

venerdì 4 dicembre 2015

Italiani e carte di credito

Subito il paradosso: a livello infrastruttura dei pagamenti elettronici l’Italia si trova ai primi posti delle classifiche europee. Gli italiani hanno in tasca 1,5 carte per abitante (secondo i dati di Bankitalia) mentre gli esercenti hanno in cassa il 30.400 macchinette per milione di abitanti, meglio di Spagna e Regno Unito che ne contano 26.300, la Francia 24.300 e la Germania 10.700. Nel nostro Paese ci sono 1,8 milioni di dispositivi, di cui 400mila contactless, installati per lo più nelle grandi città. Eppure gli italiani utilizzano poco le carte per pagare (nel 2014 si registrano solo 38,2 transazioni per persona annue contro una media dell’Ue di 97,7) preferendo il contante. Con le carte la spesa complessiva si aggira intorno 155 miliardi di euro su un totale di 600 miliardi di consumi. 
L’impressione è che da noi il bancomat e la carta di credito venga utilizzato soltanto per gli importi elevati, per questo lo scontrino medio si aggira intorno ai 61 euro contro i 49 della media Ue. Rileva Alessandro Perego, direttore scientifico degli osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, che il definitivo trionfo della moneta elettronica passa attraverso un cambiamento culturale. Degli italiani. Che potrebbe arrivare — se necessario — tramite incentivi o sgravi fiscali per i cittadini che utilizzano il bancomat. Sarebbe una battaglia in chiave anti evasione fiscale. La sensazione però è che il governo su questo tema proceda in maniera contraddittoria. Da un lato innalza la soglia dei pagamenti con contante fino a 3mila euro (dai mille, stabiliti dal governo Monti), dall’altro apre — con lo strumento dell’emendamento Pd collegato alla legge di Stabilità — all’obbligo di accettare pagamenti con Pos per i microimporti sotto i 30 euro. La resistenza da parte dei commercianti certamente incide. 
Si ha spesso la sensazione che tirare fuori la carta per pagare sia un atto ostile nei confronti di chi è all’altro lato della cassa. Aggiunge Perego che il mondo dell’offerta, come le banche e i circuiti di pagamento, sia già strozzato dalla riduzione delle fee imposta a livello comunitario, pertanto c’è il rischio che l’emendamento del Pd possa persino portare ad un innalzamento di canoni fissi per i cittadini, come ad esempio i costi per i conti correnti e il conto annuale delle carte di credito. (corriere.it)