sabato 12 dicembre 2015

CANTIERI NAVALI CAMUFFO: COSÌ STANNO PER FINIRE SEI SECOLI DI GENIO ITALICO

«Un po’ più in giù, più in giù, a sinistra, ecco va bene»: così imposta le sue barche Marco Camuffo, 83 anni, titolare assieme al fratello Giacomo, 81, a Portogruaro, in provincia di Venezia, del cantiere più antico del mondo, fondato a Creta nel 1438, tempo in cui l’isola era veneziana e veniva chiamata Candia (lo è stata dal 1204 al 1669). I fratelli Camuffo non hanno eredi e con Marco se ne andrà il sapere tramandato da diciannove generazioni, certe e documentate, di costruttori navali. I loro yacht interamente di legno (per questo soprannominati Stradivari del mare) sono barche inimitabili, uniche e, ovviamente, costosissime.
Quando si deve impostare una nuova barca gli operai prendono la sagoma della ruota di prua, la appoggiano al cantiere, ovvero la trave posta a terra che dà la lunghezza dell’imbarcazione, Marco prende una sedia, si piazza in un ben determinato punto che solo a lui è chiaro, guarda gli operai e dice loro come devono fissare le ordinate. Così, a occhio.
Nel loro cantiere, un capannone sul fiume Lèmene, poco fuori Portogruaro, si ha una precisa idea di cosa sia il genio italiano, con tutta la sua grandezza e con i relativi limiti. Luigi Camuffo, il papà di Marco e Giacomo, nel 1912 e fino a tutta la prima guerra mondiale fu messo a lavorare ai Mas nell’Arsenale di Venezia. La sua sfida era costruire barche piccole con motori grandi in grado di sviluppare il massimo della velocità possibile. Quelle conoscenze acquisite sui Mas stanno alla base degli yacht odierni dei Camuffo. Nessun’altra barca di pari categoria è alla loro altezza dal punto di vista tecnico: consumano la metà rispetto a qualsiasi concorrente (con un pieno vanno da Venezia a Santa Maria di Leuca) e in sala macchine – dove peraltro si sta in piedi – la temperatura si alza di un solo grado rispetto all’esterno. Le fiancate sono un pezzo unico di compensato marino, il ponte è fatto con tek alto 14 millimetri, «gli scafi in ferro hanno una vita massima di vent’anni, poi arrugginiscono», precisa Giacomo, «le nostre barche dopo vent’anni cominciano a vivere, basta riverniciarle e tornano nuove.»
Una barca Camuffo è riconoscibile all’olfatto: l’interno profuma di legno e di cera, non si sente alcun odore di collante o solvente, come accade nelle imbarcazione di vetroresina. Gli arredi sono tutti completamente smontabili, fatti di legno massello (un tavolino, per esempio, è ricavato scavando una tavola spessa, e non incollando la cornice al più sottile piano di appoggio), non c’è plastica, se non nelle parti elettriche e nella dotazioni nautiche che la richiedono.
Arrivati a questa veneranda età, ultimi rampolli di una dinastia che con loro terminerà, i Camuffo si possono permettere atteggiamenti che sembrerebbero un po’ folli. Non è che se avete due milioni di euro intasca andate da loro e vi vendono lo yacht. No, dovete dimostrare di meritarla, quella barca. Un commento superficiale sulla qualità del lavoro, degli arredi, delle dotazioni, causa la subitanea cacciata del potenziale cliente. Di recente si è fatto vivo un tale che voleva acquisire il marchio. Contenti i fratelli Camuffo perché il loro nome non sarebbe scomparso con loro? Macché. Hanno chiesto all’aspirante compratore: «Ma lei è in grado di garantire seicento anni di continuità, senza alcun fallimento, com’è stato nei passati sei secoli?». La risposte ovviamente non poteva che essere negativa e quindi non se n’è fatto nulla.
I clienti degli yacht Camuffo nel passato erano soprattutto tedeschi e austriaci, negli anni Novanta in prevalenza meridionali, napoletani in particolare, nei primi anni Duemila l’asse si era spostato sul Nordest, sulle ricche province di Pordenone e Treviso. Poi sono arrivate la crisi e la calma piatta, tanto per usare un termine marinaro.
Sono anni che non si costruiscono più barche nuove, ce ne sono tre pronte nel capannone di Portogruaro, una era venduta, ma al cliente è venuto un coccolone ed è rimasta lì. Giacomo precisa che gli è pure capitato in più occasioni di ricomprare proprie barche da clienti che erano falliti o avevano avuto problemi di salute e quindi si è ripreso lo yacht e ha restituito quanto il cliente aveva già versato. Nonostante la crisi, i Camuffo non hanno licenziato nessuno. Dieci operai avevano e dieci operai hanno, anche se il cantiere è semivuoto. Gente d’altri tempi, non c’è dubbio.

A.Marzo Magno - glistatigenerali.com

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