domenica 20 dicembre 2015

#DearDaddy





 «Caro papà, ti chiedo un favore: non permettere ai miei fratelli di chiamare puttane le ragazze, perché non lo sono». Ha il volto dolce e risoluto di una ragazza qualunque, di quelle che si incontrano al college, nelle pubblicità, in compagnia degli amici seduti su un muretto, la nuova campagna della onlus norvegese Care. Un video di cinque minuti, un commovente concentrato di poesia per dire che se si vuole combattere la violenza sulle donne non bisogna abbassare la guardia, mai. #DearDaddy, “Caro papà” è un racconto, una voce fuori campo, una lettera recitata col cuore in mano, da una bambina, all’eroe della sua vita: quel padre che si immagina non possa che amare sua figlia da impazzire.
Incomincia prima della nascita, quando la voce lo avverte che nascerà una femmina. E racconta la storia e le paure di una bimba, ragazzina, adolescente, giovane donna, che incontrerà sulla sua strada tanti pericoli. «Armi, auto, leoni», elenca. Sicura che il suo papà la proteggerà sempre. Ma forse anche a lui va detto quello che non si dice mai, o mai abbastanza, anche se poi «nasce tutto da lì». Ed è «il più grande pericolo di tutti». «A 14 anni i miei compagni di classe mi chiameranno puttana, stronza e in molti altri modi», dice la voce. «Solo per ridere, certo. Sono cose che i ragazzi fanno. Non ti preoccuperai e io lo capirò. Forse anche tu da ragazzo lo facevi, per fare colpo sugli altri». Ma qualcuno non capirà che si tratta di un gioco. «Così, magari, a 16 anni qualcuno cercherà di infilarmi la mano nelle mutande, magari mentre sarò così ubriaca da non reggermi in piedi. E se dirò “no”, si limiteranno a ridere. Ma se tu mi vedessi, papà, ti sentiresti imbarazzato e offeso».
 E via così, di parola in parola. La bambina cresce, con quelle parole che diventano sempre più importanti e abbattono confini, si trasformano in violenza, prevaricazione, sporcano i rapporti. Poi, magari, succede che la ragazza, la bambina che non è ancora nata ma che sa già come va il mondo, a 21 anni, mentre sta tornando a casa, una sera, incontra il figlio «di uno di quei ragazzi con cui tu, papà, scherzavi e facevi battute sulle donne». E la violenterà. «Magari andrà così». Poi, finalmente, la donna, la bambina che immagina la sua vita e la racconta al papà, incontrerà un “mister Perfection”, il suo Principe Azzurro: «Spiritoso, colto, sportivo, con un lavoro fantastico, e in inverno fa sci di fondo come te». Ma una sera succederà una cosa semplice, che lui non sarà più il Signor Perfetto. Perché sarà stanco, teso. «E mi chiamerà puttana. Come anche tu, forse, hai fatto qualche volta». E un altro giorno le darà uno schiaffo. «Io non saprò cosa fare, perché sarò confusa, lo amerò e lo odierò e un giorno lui quasi mi ucciderà». Donna, bambina, figlia, magari con «un dottorato, un lavoro fantastico, l’amore della famiglia e degli amici…». Ma non basta, contro le parole-palle di neve che si sono ormai trasformate in valanghe «non potrò fare niente». «E allora ti chiedo un favore», conclude la voce, che è in rete per ricordare che una donna su 3 nel mondo subisce una violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, in genere da un uomo.
E per trasmettere agli uomini il messaggio che sono loro, amici, padri, figli, a doversi fare modelli positivi, rinunciare alla violenza attivamente. A cominciare da quella delle parole, dalla mancanza di rispetto. «Ricorda: da cosa nasce cosa. Per cui non cominciare, non cominciamo queste cose. Non lasciare che i miei fratelli chiamino le ragazze puttane, perché non lo sono. E perché un giorno qualche ragazzo potrebbe pensare che invece è vero. Non accettare stupidi insulti, nemmeno dai tuoi amici. Perché dietro ogni scherzo c’è anche un po’ di verità».

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