lunedì 29 febbraio 2016

LeEco Super Bike

LeEco Super Bike è una bicicletta dal design futuristico, con corpo realizzato in titanio e fibra di carbonio ed un piccolo dispositivo Android integrato nell’attacco del manubrio che ovviamente permette di poter gestire facilmente la navigazione turn-by-turn o avere paramenti completi sulla nostra sessione d’allenamento.
Nelle manopole del manubrio sono integrati dei sensore per la lettura del battito cardiaco ed anche dei segnalatori luminosi per poter indicare la nostra direzione durante la pedalata. Non mancherà la possibilità di rispondere rapidamente a telefonate e SMS o gestire facilmente la riproduzione della musica, anche tramite i pulsanti dedicati al volume.
La sera la Super Bike accende automaticamente la luce anteriore e posteriore, inoltre proietta un fascio laser rosso anche dai lati per segnalare agli altri conducenti la nostra presenza, per evitare anticipatici incidenti.
Attualmente questo prodotto LeEco è già disponibile in Cina a circa 800$ e dovrebbe debuttare anche negli stati Uniti entro la fine dell’anno. Difficilmente Super Bike arriverà nel nostro paese.

sabato 20 febbraio 2016

Mini dischi 5D

Perfezionata la tecnologia dei Mini dischi 5D: registrano dati in 5 dimensioni su di un minuscolo disco trasparente con una capacità di 360 terabyte. Nel 2013 i ricercatori dell’Università di Southampton in Regno Unito avevano presentato per la prima volta la tecnologia per la registrazione dati 5D arrivando a solamente 300 Kb per disco.
Ora lo stesso dipartimento Optical Research Center ha incrementato enormemente la capacità, perfezionando il sistema di scrittura e lettura dei dati. La registrazione avviene impiegando potenti laser in grado di emettere implusi di luce brevi e molto intensi: i dati sul disco consistono in microscopici punti disposti su tre strati separati da una distanza di 5 micrometri, pari a un milionesimo di metro. Oltre alle 3 posizioni sugli assi ogni punto viene letto tenendo in considerazione anche la sua dimensione e l’orientamento, da qui il riferimento alle 5 dimensioni.
La nanostruttura così creata modifica il modo in cui la luce attraversa il disco trasparente, che in questo modo può essere letto sfruttando in combinazione un microscopio ottico e un polarizzatore. Secondo gli scienziati dell’Università di Soutchampton si tratta di un supporto di memorizzazione praticamente eterno: conserva i dati senza problemi fino a temperature di 1.000 gradi centigradi mentre, a temperatura ambiente, resiste fino a 13,8 miliardi di anni.
Per queste caratteristiche i mini dischi 5D sono già stati paragonati ai cristalli della memoria visti in Superman. Sono già stati impiegati per registrare la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, il trattato di ottica di Newton, la Magna Carta e la Bibbia. Secondo gli scienziati questi supporti sono in grado di resistere e sopravvivere indenni anche oltre la razza umana. Con la presentazione della ricerca e dei mini dischi 5D il dipartimento è ora alla ricerca di partner per completare e commercializzare questa tecnologia che potrebbe risultare perfetta per organizzazioni con grandi archivi.

venerdì 19 febbraio 2016

l'armadio della vergogna

Gli storici hanno sempre dubitato della versione ufficiale che raccontava che Herbert Kappler( il responsabile dell'eccidio delle Fosse Ardeatine, del rastrellamento del Quadraro e della deportazione degli ebrei del ghetto di Roma ad Auschwitz), detenuto dell'ospedale militare del Celio, a Roma, fosse fuggito nascosto dentro una valigia la mattina del 15 agosto 1977. Una ipotesi così assurda che è sempre stato difficile crederci. Ma era impossibile provare il contrario visto che non si poteva accedere ai documenti riservati. Da oggi però potremmo arrivare più vicini alla verità. La Camera dei Deputati infatti ha messo online le 13 mila pagine dei documenti della Commissione parlamentare che si è occupata di indagare sulle stragi nazifasciste durante la Seconda guerra mondiale e anche l'occultamento di un'incredibile massa di fascicoli giudiziari. 
Il giornalista Franco Giustolisi l'aveva chiamato l'armadio della vergogna. Erano custoditi in gran segreto, appunto in un armadio con le ante rivolte verso il muro, a Palazzo Cesi, sede della Procura generale militare, e contenevano una notevole mole di atti, a partire dai 695 fascicoli sulle razzie compiute dai soldati tedeschi in Italia e dai fascisti nei territori occupati durante la guerra. Documentavano gli orrori avvenuti a Sant'Anna di Stazzema, alle Fosse Ardeatine, a Marzabotto, a Monchio e Cervarolo, Coriza, Lero e Scarpanto, Civitella in Val di Chiana e Fivizzano. Laura Boldrini, presidente della Camera ha commentato così la pubblicazione online di questi documenti "Se vogliamo ripristinare un rapporto di fiducia coi cittadini, è indispensabile togliere il velo del segreto ogni volta che sia possibile e giusto, specie su fatti tanto lontani nel tempo". Potremmo così capire come Kappler riuscì a lasciare la penisola. Perché Walter Reder, l'ufficiale delle Waffen-SS condannato per il massacro di Monte Sole (Marzabotto) e l'eccidio di Vinca, venne scarcerato nel 1985, nonostante le proteste dei familiari delle vittime e delle associazioni partigiane. 
Non solo, ora potremmo conoscere i crimini dei soldati italiani negli anni della Repubblica sociale italiana. Le complicità di civili e militari italiani nella gestione della Risiera di San Sabba, il Lager di Trieste, dove vennero eliminati moltissimi internati politici ed ebrei. 
E poi potremmo scoprire come magistrati dei tempi di Hitler cancellarono le tracce del loro passato e continuarono a operare come giudici anche in epoca democratica. Per esempio perché il procuratore militare Enrico Santacroce nel 1960 dispose, con un atto assolutamente arbitrario, l'"archivazione provvisoria" delle pagine rivelatrici.
Da oggi  sono online, sul sito dell'Archivio storico della Camera dei deputati.

globalist.it

venerdì 12 febbraio 2016

GRAVIDANZA PER ALTRI, SE VIETARE È INUTILE (E PURE INGIUSTO)

È uscita  su Repubblica l’ennesima intervista al Ministro Beatrice Lorenzin che, “mentre tiene in braccio a turno i suoi due gemelli” (cit.), si dichiara senza se e senza ma contro la gravidanza per altri, definita niente di meno che una nuova forma di prostituzione. Anzi, una “ultra prostituzione”, con buona pace di quelle donne che, mentre si afferma di voler difendere, vengono insultate ricorrendo addirittura al superlativo, come se l’epiteto piano non bastasse.
Non è sola, la Lorenzin, in questo suo accorato appello a mettere al bando universale (!) la pratica della gravidanza per altri che al momento invece è legale, con restrizioni varie secondo i Paesi, in molti Stati degli Usa, in Canada, in alcuni Paesi dell’est Europa, ma anche in Grecia, in Inghilterra, e nell’est Asiatico, dove però la situazione è lasciata spesso all’iniziativa semi individuale, con episodi di sfruttamento francamente inquietanti.
A fare compagnia al nostro Ministro c’è un grande gruppo transnazionale di femministe, capeggiate dalla filosofa Sylvaine Agacinsky, docente a Parigi all’Ecole des études en sciences sociales. Tutte insieme gridano al mercimonio, allo sfruttamento del corpo femminile, all’uso della donna come mezzo di produzione di bambini, rieccheggiando un dibattito accesissimo che occupò le femministe negli anni Ottanta. Ai tempi, le rappresentanti del movimento costituirono una Rete internazionale (Finrrage) che chiedeva il divieto universale (!) del ricorso a tutte le tecniche di riproduzione assistita, anch’esse viste come forme di mercimonio, sfruttamento del corpo femminile, uso della donna come mezzo di produzione di bambini. Le parole erano più o meno davvero le stesse usate oggi e anche allora si parlava di “bordello riproduttivo” alludendo alle “prostitute della riproduzione”. Quella loro battaglia è stata persa: la riproduzione assistita si è diffusa e continua a diffondersi sempre più, al punto che oggi è entrata nel normale scenario riproduttivo delle trentenni-quarantenni, nonostante i costi fisici, psicologici ed economici. Non avevano tenuto conto, le attiviste del Finrrage, del punto di vista delle donne infertili, e nemmeno di quello delle donatrici di ovuli, tutte trattate come se fossero donne incapaci di scegliere in modo autonomo, perfino consapevole, che cosa fare del proprio corpo.
Mi sembra che lo stesso errore si stia facendo oggi di fronte alla gravidanza per altri, che di certo pone questioni di natura etica molto forti, ma che proprio per questo non andrebbe, credo, vietata tout court, ma piuttosto molto ben regolamentata. Il perché lo ha spiegato molto bene, in toni pacati e lucidi,  Emma Bonino, che certo non può essere accusata di posizioni anti femministe. In un’intervista pubblicata sempre su Repubblica qualche giorno fa, la Bonino fa notare «che l’utero in affitto in Italia è vietato. Non lo è in altri Paesi. Su questo si può aprire un dibattito, ma – appunto – l’affermazione “io non lo farei” non deve diventare “allora non farlo tu”». Insomma, una convinzione personale non può pretendere di diventare una legge. «Quando ci si occupa di questioni affettive private serve più rispetto. Bisogna saper guardare esperienze, dolori, mancanze degli altri senza pontificare. L’altra – quella che lo farebbe – è un’adulta come noi: le sue opinioni, le sue scelte, quelle che fa e non ci impone, sono meno rispettabili?».
Tutto ciò che ruota intorno alla riproduzione e alla genitorialità è oggetto di sguardi, considerazioni, sentimenti diversissimi, che coinvolgono vissuti individuali, culturali, sociali che non possono essere ingabbiati nella categoria rigida del giusto o dello sbagliato. Mi è capitato per lavoro di intervistare sia madri surrogate (americane, di media borghesia, già madri di figli loro) sia donatrici di ovuli (spagnole), tutte spinte, almeno a parole, dal desiderio di essere strumento di felicità per altre donne e che vedevano il denaro ricevuto in cambio come una compensazione delle fatiche da affrontare: le prime mi hanno detto che non avrebbero mai donato un ovulo, perché il bambino dotato del loro stesso patrimonio genetico sarebbe stato per loro un figlio; le secondo mi dissero che mai avrebbero affrontato una gravidanza per altri, perché un bambino cresciuto nella loro pancia, anche se geneticamente estraneo, lo avrebbero considerato come il loro bambino. Chi ha ragione? Che cosa rende un bambino il figlio di qualcuno? Il patrimonio genetico? L’essere stato partorito da quella donna? O l’essere stato desiderato fortissimamente? Come si può pretendere di avere la verità in mano su queste questioni?
Ora, parliamoci chiaro: siccome è impensabile che la pratica della maternità surrogata sparisca universalmente (!) visto quanto è già diffusa, più o meno legalmente, in tutti i continenti, quello che si dovrebbe davvero fare qui da noi, per tutelare tutte le persone coinvolte – donne che offrono il proprio utero, madri e padri del desiderio, e ovviamente i bambini – sarebbe dar vita a una legge che regolamenti la questione in ogni dettaglio, frutto di un dibattito serissimo, aperto, umano, sensibile e mai dogmatico. Come ha detto la Bonino, per esempio: «Se c’è un problema di sfruttamento bisogna intervenire su quello». E lasciare che siano le persone coinvolte, nella più piena tutela, a decidere chi può e vuole dichiararsi madre o padre.
Marta Dore - glistatigenerali.com

mercoledì 10 febbraio 2016

Animals

Stretto tra due colossi come Wish You Were Here e The WallAnimals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato. Voi direte: perché ne parli adesso? Prima di tutto perché faccio quello che mi pare, ma – più che altro – perché non riesco ad ascoltare altro da un mese. E mi paiono motivi più che sufficienti.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. E’ il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. E’ il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.

Nick Mason ha definito il disco “operaio”. Allude a una certa schiettezza delle sonorità, senz’altro maggiore rispetto alla perfezione iper-studiata degli album precedenti, forse anche come risposta (inconsapevole?) alle critiche del punk. Il disco fu registrato in un edificio di sale parrocchiali a tre piani nella zona londinese di Islington. Waters, cioè Dio o un suo parente strettissimo, nel suo continuo delirio meraviglioso ebbe anche l’idea della copertina con il maiale volante. Il maiale, chiamato Algie, diventerà un must del tour successivo come pure di quello relativo a The Wall. Waters volle la creazione di un maiale gigante gonfiato a elio, che fu issato tra le ciminiere di una famosa centrale elettrica londinese. Il maiale fu ancorato alle ciminiere con grandi corde. Il primo giorno c’era molto vento, e il maiale non fu issato. Il secondo giorno il vento fu così forte che ruppe le corde e il maiale si librò in volo. Era stato pagato un cecchino – non è una battuta – per abbattere il maiale qualora le corde non avessero tenuto (come accadde). Solo che il cecchino – che si vede in una foto del booklet del disco – venne pagato per un solo giorno, quindi non c’era quando Algie volò via. E non poté sparargli (anzi spararle: Algie è una femmina, come vedremo). Le dimensioni enormi del maiale furono tali che venne dato l’allarme aereo. Algie volò a lungo, intralciando pure il corridoio di volo dell’aeroporto di Heathrow. Quando Waters lasciò i Pink Floyd nel 1985, disse che Algie era sua e poteva usarla solo lui. Allora i Pink Floyd restanti crearono un maiale dotato di testicoli, lo resero maschio e poterono usare una versione alternativa dell’Algie originale. (Anche questa, giuro, non è una battuta).
Animals è invecchiato meravigliosamente. Anzi non è invecchiato per niente. Anzi è migliorato. E’ un disco pazzesco, con assoli incredibili (Gilmour in Dogs, Wright in Sheep) e con testi watersiani oltremodo maturi. E’ lecito ritenerlo l’ultimo disco effettivo dei Pink Floyd, perché i successivi The Wall e ancor più The Final Cut sono già opere (enormi) pressoché totalmente attribuibili al Divino Pazzo Waters.
Il disco consta di cinque brani. Il primo e il quinto sono la stessa traccia, sorta di parentesi “privata” in un disco fortemente “pubblico”. La parentesi privata è Pigs On The Wing, che vede Waters in versione chitarra acustica come non accadeva dai tempi di If. Nella prima parte Waters, dialogando con la moglie, la ammonisce su quanto sarebbe pericoloso non prendersi cura l’uno dell’altra, unica maniera per salvarsi dalla pochezza venefica dei porci con le ali. E’, questa, la versione watersiana dello “shelter from the storm” di Bob Dylan. Nella seconda parte di Pigs On The Wing, che chiude Animals, Waters è felice di constatare come lui e la moglie siano davvero riusciti a creare un riparo privato dalle storture del mondo. La tecnica della parentesi, ovvero dello stesso brano che inizia e chiude il disco, era già stata usata nel precedente Wish You Were Here con la sensazionale Shine On You Crazy Diamond.

I brani effettivi di Animals sono tre: Dogs, Pigs (Three Different Ones) e Sheep. Sono tutti brani superiori ai dieci minuti. Il primo e il terzo, in versione embrionale, erano nati nel ’74 ed erano stati anche eseguiti dal vivo. Gotta Be Crazy sarebbe divenuta Dogs e Raving And Drooling sarebbe divenuta Sheep. Entrambe le canzoni dovevano far parte di Wish You Were Here. Poi il Magnifico Despota  Waters ebbe l’idea di spezzare Shine On You Crazy Diamond e creare un concept album sull’assenza, “scartando” i due brani e creandone di nuovi (Welcome To The Machine, Have A Cigar e la title track). Gilmour, come quasi sempre, non era d’accordo. Waters, come quasi sempre, aveva ragione e vinse lui con una votazione interna al gruppo (3 a 1). I “vecchi” brani furono poi aggiornati da Waters per adattarli alla concezione animalesco-orwelliana dell’album. Nacquero così Dogs e SheepAnimals è uno dei dischi preferiti da Waters, mentre Gilmour e Mason – a tale domanda – hanno più volte risposto: “Wish You Were Here“.
Analizziamo i tre brani centrali.

Dogs contiene uno dei migliori assoli di Gilmour. Purtroppo una versione ancora più ispirata venne erroneamente cancellata da Waters, che fece casino con lo studio di registrazione a 32 piste (era la prima volta che lo usava). I cani del titolo sono i detentori della legge e, più in generale, gli arrivisti. Coloro che sono disposti a tutto pur di emergere. Waters le descrive come persone malate (“Devi essere pazzo” sono le prime parole del brano, oltre che il titolo originario) e condannate a morire del loro cancro interiore, trascinate giù dalla “pietra” delle colpe. Il brano supera i 17 minuti. Comincia la voce di David, termina quella di Roger, che qui accentua quella sua sublime attitudine “soffiata” e “sospirata” (“Gotta admiiiiiiit that i’m a little bit confuuuuuuused“). Waters ha ripreso il brano anche nel tour (e doppio cd) “In The Flesh” (2000), concerto pazzesco all’interno del quale compare anche Pigs On The Wing. Chi non l’ha mai ascoltato si vergogni e ponga subito rimedio a tale delitto.

Pigs (Three Different Ones). Ecco: questo è un brano che crea dipendenza. Non se ne può fare a meno, soprattutto quando arriva l’intermezzo (dal minuto 4 al minuto 8) durante il quale Gilmour ricorre al talk box per fare emettere alla sua chitarra suoni assimilabili a quelli dei grugniti dei maiali. E’ una canzone perfetta, magnetica, irrinunciabile. (Avrete notato come, quando parli dei Pink Floyd, sia molto parco di complimenti. Lo so: amo l’essenzialità). Pochi testi sono coraggiosi ed espliciti come Pigs. Waters lascia qui esplodere tutto il suo essere stupendamente anti-sistema. I maiali sono i potenti e più specificamente i politici. Ne esistono “tre differenti tipi”, come recita il sottotitolo. Nella prima strofa probabilmente Waters allude all’allora Primo Ministro James Callaghan. Nella seconda strofa pensa a “Maggie” Thatcher, che ha sempre odiato (la citerà in The Final Cut) e che arriva a definire “sei al capolinea sacco di merda/ (..) vecchia strega sfatta“. Nella terza strofa Waters allude esplicitamente a Mary Whitehouse, sorta di Mario Adinolfi dell’epoca. Chi non conosceva la Whitehouse, che in quel periodo voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd alla radio perché peccaminose e diseducative, credette al tempo (e qualcuno crede ancora) che con la parola “Whitehouse” Waters alludesse agli Stati Uniti. La struttura musicale ricorda vagamente quella di Have A Cigar. Semplicemente demoniaco lo “youuuuu” pronunciato verso la fine, dopo un inquietante ansimare e prima della strofa “You’re nearly a real treat“. Waters si impuntò per suonare la chitarra ritmica, dirottando eccezionalmente Gilmour (anche) al basso. Il brano, di poco superiore agli 11 minuti, dal vivo arrivava a 20. Waters, che è sempre stato devastato dai demoni ma che in quegli anni era a un passo dalla pazzia autentica, durante quel brano emetteva ogni tanto il suo classico urlo (tipo Careful With That Axe, Eugene) e scandiva ogni volta un numero diverso. Il numero, nella sua testa insondabile (che amo), serviva per contraddistinguere – e “rovinare” – i bootleg dei loro concerti. Fu proprio durante un’esecuzione live di Pigs – 6 luglio 1977, Montreal – che avvenne l’episodio dello sputo al citrullo ubriaco. Esiste anche un bootleg del concerto, intitolato ironicamente “Who was trained not to spit on the fan?” (uno dei versi conclusivi di Dogs).
Sheep vede un Richard Wright – mai lodato abbastanza: sta ai Pink Floyd come George Harrison ai Beatles – in stato di grazia. Waters descrive la mandria assuefatta e addomesticata delle pecore. Cioè il popolo. Cioè noi, sempre troppo docili e anzi contenti di obbedire a cani e maiali. Nella parte centrale Waters si inventa un ulteriore sberleffo alla religione, riscrivendo a modo suo il Salmo 23 (“Il Signore è il mio pastore”) in cui Dio tratta gli uomini come fa un macellaio con le pecore, avendo l’unico interesse a tramutare il suo gregge in tante costolette d’agnello. Nel disco questa parte è letta – con un vocoder – da un roadie. Nei concerti la parte toccava a Nick Mason, che a volte rischiava il linciaggio dalla parte di pubblico meno tollerante. Un tale sberleffo fu ipotizzato – e poi accantonato – anche per The Great Gig In The Sky. Waters attaccherà la religione molte altre volte, per esempio in What God Wants, primo singolo dell’esiziale Amused To Death (1992). Gilmour ama Sheep, ma non è mai riuscito a rifarla perché ha dovuto ammettere che la timbrica di Waters è (qui e non solo qui) inimitabile. Significativo il finale del brano, pure questo orwelliano. Le pecore si ribellano (“Belando e balbettando ci avventammo sul suo collo“). Uccidono i cani, ma non ottengono la libertà. Perché? Perché è nella natura delle pecore – del popolo – essere sottomessi. Così alcune pecore più furbe si sostituiscono prontamente ai cani, reiterando le ingiustizie di prima e intimando alle pecore servili di obbedire (“E’ meglio se resti a casa/ e rispetti gli ordini/ Togliti di mezzo se vuoi campare a lungo“). Il brano finisce, in un’atmosfera di festa irreale e fraintesa, lasciando spazio alla seconda parte di Pigs on the wing e al rifugio nel privato: “Ora che ho un posto sicuro/ per seppellire il mio osso/ E anche gli sciocchi sanno che un cane/ ha bisogno di una casa/ un riparo dai maiali in volo“.
Perché ho scritto tutto questo? Per riconoscenza. Perché mi andava. Ma più che altro per invidia: l’invidia che ho nei confronti di chi, addirittura, un disco così enorme non l’ha ancora mai ascoltato.


Fonte : andreascanzi.it

martedì 9 febbraio 2016

“Best Employer of Choice 2016”

Il Gruppo FS Italiane conquista il primo posto, per il secondo anno consecutivo, nella classifica delle aziende più desiderate dai giovani laureati: “Best Employer of Choice 2016”, survey di Cesop Communication che annualmente prende in esame il gradimento di un campione rappresentativo di 2.500 giovani neolaureati rispetto a un panel di 100 aziende nazionali e multinazionali, ha infatti confermato il primo posto conseguito nel 2015 da FS Italiane nel ranking delle realtà preferite come luogo di lavoro.

Il Gruppo ha guadagnato nuovamente il vertice della classifica, che a partire dal 2009 aveva scalato con una rimonta di ben quattordici posizioni - 15° nel 2009, 13° nel 2010, 8° nel 2011, 3° nel 2012, 2° nel 2013, 3° nel 2014, 1° nel 2015 e di nuovo 1° nel 2016 - superando, ancora una volta, importanti aziende nazionali e internazionali da sempre apprezzate dai giovani.

Un risultato che conferma il grande impegno dedicato da FS Italiane nel comunicare costantemente ai giovani, e non solo, la profonda trasformazione di cui è stata ed è tuttora protagonista. Un’azienda apprezzata a livello internazionale per know how e innovazione, che guarda con fiducia al futuro grazie ai solidi risultati economici, all’eccellenza tecnologica e che sta partecipando attivamente alla modernizzazione del Paese attraverso il potenziamento e l’integrazione intermodale dei diversi sistemi di trasporto, in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale.

Un progetto che guarda al futuro e che proprio i giovani possono contribuire a realizzare meglio di chiunque altro, con questa consapevolezza, FS Italiane promuove da anni attività mirate e diversificate volte a individuare e attrarre i migliori talenti, riducendo le distanze tra Azienda e Università. Il grande impegno dedicato alle attività di employer branding, l’incontro con i giovani laureati in occasione dei numerosi eventi annuali -Job Meeting, Career Recruiting Day - programmati per presentare l’offerta professionale, le tante iniziative di orientamento al lavoro previste insieme a Università e Scuole italiane, la proposta di master, tesi di laurea, stage, workshop, seminari, premi e concorsi di idee, l’inserimento in azienda di numerosi laureati ogni anno secondo criteri di merito e trasparenza,  ma anche i progetti dedicati ai giovani laureati con formazione ad hoc, mentoringjob rotation, sviluppo di progetti di innovazione interdisciplinari e development center

Sono tutte queste, insieme a un grande lavoro di squadra quotidiano, le ragioni per cui FS Italiane è percepita come una realtà in grado di offrire ai giovani tante e vere opportunità di crescita e formazione professionale. 

sabato 6 febbraio 2016

Tapp

La piattaforma di crowdfunding Indiegogo in questi giorni ha dato molto spazio ad una nuova ed interessante idea che arriva dal Canada. Parliamo di Tapp, il primo lucchetto smart al mondo che può essere aperto tramite la nostra impronta digitale grazie al sensore biometrico integrato nel corpo in metallo.



Tra i tanti dispositivi intelligenti in arrivo sul mercato non poteva mancare un lucchetto, infatti i 40.000 dollari richiesti dall’azienda sono già stati ampiamente superati con oltre 1000 backers.
Tapp sarà realizzato in due versioni ma in entrambi i casi sarà garantita massima sicurezza grazie all’apertura tramite impronta digitale e resistenza alle intemperie. Essendo un prodotto smart non poteva mancare la connettività bluetooth che permetterà agli utenti di gestire il proprio lucchetto tramite l’apposita applicazione per smartphone.
Quest’ultima può anche gestire fino a 200 impronte e riceverà notifiche direttamente dal lucchetto, ad esempio in caso di batteria scarica. Oltre il Bluetooth 4.1 ed un sensore biometrico FPC1020, il lucchetto smart è dotato di una batteria da 1200 mAh ricaricabile tramite un comodo cavo magnetico.


Fonte: http://www.androidiani.com