giovedì 14 aprile 2016

In Italia l’aborto è troppo difficile, dice il Consiglio d’Europa

Secondo il Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, l’Italia viola il diritto alla salute perché le donne incontrano difficoltà nell’accesso ai servizi di interruzione di gravidanza come l’aborto. L’organo europeo si pronunciava su un ricorso presentato dalla Cgil nel 2013: secondo la sigla sindacale italiana, la sezione 9 della legge 194, quella che regola l’obiezione di coscienza per i medici e per il personale sanitario, non è applicata secondo le regole e viola l’articolo 11, della Carta sociale europea. Inoltre, sempre secondo la Cgil, non sono tutelati i diritti dei medici non obiettori che sono penalizzati rispetto a chi obietta: verrebbe quindi meno, in Italia, il diritto al lavoro, a giuste condizioni e anche alla dignità sul lavoro, per come previsti dagli articoli in merito della carta sociale. La decisione dell’organismo europeo è stata resa nota oggi: si rileva quindi, come in Italia persistono carenze nella fornitura di servizi per l’aborto e come le donne continuino a incontrare “notevoli difficoltà a ottenere l’accesso a tali servizi, in pratica, nonostante le disposizioni della legislazione in materia”. Inoltre, anche le strutture sanitarie sono carenti nell’adottare misure alternative, per compensare il mancato apporto di coloro che optano per l’obiezione di coscienza. Anche quindi le autorità di vigilanza competenti non fanno il lavoro che devono per “garantire una soddisfacente attuazione” della legge nel territorio sotto la loro giurisdizione. In situazioni di urgenze, le donne sono quindi costrette a trasferirsi in altre strutture sanitarie, e magari anche all’estero, per ottenere quello che in Italia dovrebbe essere garantito per legge; tutte situazione che possono comportare, notevoli rischi per la salute e il benessere delle donne, dice il verdetto del Consiglio d’Europa che risale allo scorso ottobre. In maniera unanime viene quindi riconosciuta la violazione del diritto alla protezione della salute ma, seppure non a maggioranza, si rileva anche la violazione dell’articolo 26, della Carta sociale, laddove si chiede di garantire la protezione della dignità sul lavoro, come diritto. Per la Cgil e il suo segretario Camusso si tratta di “una sentenza importante perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194, che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale, deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata”.

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