martedì 3 maggio 2016

Fotografi per te stesso o fotografi per gli altri?

Quando ho iniziato a fotografare l’ho fatto per puro diletto. Ogni fotografo, amatore o professionista, ha incominciato così, da bambino, quando “portava ancora i calzoni corti” e usava la macchina fotografica del papà, che l’aveva ricevuta come regalo di laurea. All’inizio del nostro percorso fotografico siamo inesperti e acerbi, eppure siamo puri. Non capiamo ancora bene cosa sia il tempo di esposizione né a cosa serva un diaframma, ma scegliamo liberamente cosa fotografare e lo facciamo usando la pancia. Le foto che facciamo sono brutte ma anche sincere, ed esprimono già molte cose di noi, nonostante quello sia il nostro primo, maldestro tentativo di tirare fuori quello che abbiamo dentro. Poi cambia qualcosa, e iniziamo ad interessarci davvero di fotografia. A quel punto cerchiamo avidamente informazioni in rete sui fotografi famosi, divoriamo tutorial e articoli sulla tecnica, scorrendo con gli occhi foto su foto. Cerchiamo di fare la nostra conoscenza della fotografia, come se non bastasse più reggere la macchinetta in mano e fotografare quello che ci pare. La nostra mente e la nostra creatività si stanno già orientando, plasmando (influenzando?) in qualche modo. Iniziamo a fotografare porte vecchie e tramonti, e se fotografiamo un fiore sappiamo come fare per avere lo sfondo sfocato.All’improvviso gli amici iniziano a farci dei complimenti; il secondo step sono i complimenti degli amici fotografi o che “ne capiscono”. Non crediamo di essere davvero così bravi eppure, in quel momento, ci inorgogliamo tutti. Quando ti dicono che sei bravo, per la prima volta ci si chiede «Lo sono?». E finisci per dirti che evidentemente è così, altrimenti non lo direbbero. È a questo punto che non puoi più resistere alle sollecitazioni di tutti quelli che hanno visto le tue foto su Facebook e ti incoraggiano a continuare. Guai se smetti! «Questa domenica non sei uscito a fotografare?» e «Porterai la macchina fotografica al mio compleanno?». Diventa una specie di responsabilità. Stai già facendo quello che ci si aspetta da te. La settimana scorsa hai fatto un HDR delle barche dei pescatori al molo e hai avuto 20 like. Ora pensi di dovere continuare a fare HDR; magari un bel paesaggio, però ancora non hai comprato un grandangolare… Persa la tua verginità pensi di essere uno navigato, e ti comporti come tale. Hai dimestichezza con Photoshop e con i filtri vintage, Orton e cross processing. In ogni discorso con gli amici appassionati ma novellini, infili con nonchalance le parole “RAW” e “megapixel”. I megapixel, in particolare, sono la tua vita, la tua ossessione: vuoi sempre l’ultimo prodotto della tecnologia fotografica perché su qualche forum ti hanno convinto che così farai foto più belle. Ti angusti e ti vergogni perché ancora non ti puoi permettere la full frame. Ecco che sei diventato un ingranaggio del sistema sociale. Esagero, ovviamente. Voglio solo dire che hai perso la tua spontaneità, anche se non te ne sei accorto. Ormai fotografi pensando di dovere passare il vaglio degli spettatori, il consenso di un pubblico che la pensa sempre alla stessa maniera, che ha un gusto pressoché indifferenziato. E questo può succederti anche inconsciamente, non do per scontato che tu sia un esibizionista. Però tu offri le tue foto in pasto a occhi non selezionati, non attenti. Sei quanto meno incauto. E il meccanismo dei social network fomenta il tuo desiderio di essere apprezzato. 
Pensaci: la tua fotografia non è più in rapporto con te stesso, ma comunica solo col mondo esterno. È diventata, in un certo senso, una bugia bella e buona. Dovresti avere più riguardo per te e per le tue, personalissime, esclusive, necessità creative. Non devi abbandonarle e non devi venderti ai follower, ai mi piace e ai cuoricini. Anche perché esistono differenze sostanziali tra le foto che scatti per il tuo piacere e le foto che scatti per piacere (agli altri). Per esempio rischi di ripeterti e fare sempre le stesse fotografie, quelle che hanno più successo. Rischi di appiattirti su quello che è già piaciuto, senza potere sapere mai se qualcos’altro, qualcosa di più onesto e vicino a te stesso, piacerebbe di più. Sì, perché esiste una piccola fetta di persone (devo dirtelo: è minuscola, non basta per una standing ovation e nemmeno per farti un po’ arrossire) che può giudicare la tua onestà, che è in grado di dire, guardando le tue fotografie, «ha fotografato quello che sentiva». 
Non ci sono esponenti di questa élite tra gli amici Facebook di un fotoamatore qualsiasi. Questo è un genere di complimento che potresti non ricevere nemmeno nell’ambiente più esperto e raffinato delle letture portfolio, se non hai davanti qualcuno con la sensibilità giusta. Ma potresti incontrare prima o poi qualcuno in grado di fartelo, e allora sarebbe un peccato sprecarlo. Durante la corsa all’acchiappo del pollice su finisce anche che entri in competizione con gli altri (che fanno le tue stesse foto e guadagnano più o meno gli stessi apprezzamenti). In sostanza è una gara tra cretini, che promette solo premi alla banalità. Tutte queste foto di amabili gattini, di tazzine da caffè su tovaglie sgargianti, di tramonti indimenticabili, di figure che passano davanti palazzi con motivi geometrici si confondono tra loro, si impastano in un’unica, enorme foto dentro la quale non distingui più chi ha fotografato cosa. È un totale livellamento delle capacità creative, una spremuta di cliché. Ho quasi finito il predicozzo. 
Ma prima di salutarci dovrei chiarire una cosa. Ho parlato della fotografia condivisa sui social network, ma non voglio attaccarli e non voglio trattare, in questa occasione, della fotografia al tempo dei social. I social sono solo, oggi, la via più veloce per mostrare quello che abbiamo fotografato e sono anche un buon capro espiatorio per il mio discorso. Volevo solo dire che esiste anche una fotografia privata, intima, che è una presa di coscienza di noi stessi. Condividerla non è sbagliato: se ti fa piacere fallo. È perdere te stesso e quello che pensi e provi che non ammiro. È il fotografare per gli altri a essere controproducente per la tua crescita fotografica. Come fare, allora, a riconquistare la tua spontaneità? Tornando indietro a quello che eri, guardando gli scatti del primo anno e ricordandoti di quello che ti piaceva. Cercandoti nelle tue fotografie come se fossi davanti uno specchio, senza preoccuparti della spendibilità sociale del tuo progetto, passatempo, lavoro.Se ti sei contaminato troppo potrebbe non essere facile. Se hai pensato fin da subito che fosse difficile esprimere te stesso fotografando, la contaminazione potrebbe avere preceduto persino la passione. Potresti dovere faticare per tornare alle tue riflessioni personali, al tuo andare a zonzo a meditare fotografando quello che tu e solo tu ritieni interessante. Ma se temi che ti sia successo quanto ho descritto fino a qui è il momento di ricominciare daccapo e riavvolgere il nastro indietro, fino alla macchina fotografica prestata da papà. 
Eleonora Di Mauro

fonte ridble.com

Nessun commento: